Diciamolo pure: il clamore scatenato dalla (pur) grave situazione umanitaria di Aleppo, è politico. Il perché è semplice: Washington, Londra e Parigi sanno bene che se Aleppo viene riconquistata dall’esercito siriano, la guerra è pressoché finita. E vinta. Da Assad e i suoi alleati, Russia in primis. Bisogna quindi imporre una tregua, permettere alle formazioni islamiste di riarmarsi e di riorganizzarsi, e impedire che ciò accada. Almeno fino a quando – sperano loro – qualcosa (l’arrivo di Hillary Clinton?) potrà sparigliare le carte di una situazione ormai divenuta critica. La prova dell’ipocrisia di questo improvviso slancio filantropico? Il fatto che in cinque anni di guerra la questione umanitaria non sia mai stata così importante. Solo adesso che la guerra sta per prendere questa piega, il mondo si indigna e chiede una tregua. Ricorderete il bambino impolverato di Aleppo su tutte le prime pagine. Bene, era lì solo per dirvi che Assad e Putin erano cattivi, e gli altri no. Mai tale risonanza era stata data ad un bambino vittima di Daesh. Così come, a livello politico, mai nessuno aveva riunito con tanta urgenza il Consiglio di Sicurezza, quando intere città venivano distrutte e migliaia di persone uccise dai macellai con la bandiera nera. Di tutte le bugie raccontate in questi anni, a senso unico, sulla guerra, questa è la più sporca; specula sulla sofferenza solo per, ormai, disperati calcoli politici e non umanitari. Se veramente i diritti umani e (la vita) di tanti innocenti fossero stati a cuore all’Occidente e difesi con così tanta veemenza, Daesh sarebbe già stato affrontato in maniera seria e sconfitto.

Conscio di questa situazione, il ministro degli Esteri Gentiloni, dai microfoni di Radio Anch’io, ieri (mercoledì, nda) ha puntato il dito solo contro Assad – accusando il suo potere di essere responsabile di centinaia di migliaia di morti – e ha criticato pesantemente la Russia – mettendola anche in guardia nel futuro prossimo servendosi, tra gli altri, di discutibili ragionamenti geopolitici. Gentiloni, quindi, dimentica che Assad e i suoi alleati, ad Aleppo, città occupata, stanno combattendo Daesh, la feccia dell’umanità; dimentica che gli islamisti usano i civili come scudi umani per impietosire noi allocchi e farci confondere vittima e carnefice; dimentica che la guerra non l’ha voluta Assad e che prima di essa la Siria era un Paese sereno e tollerante; dimentica che la gente continua a scappare dalla zona sotto il controllo fondamentalista e non solo per le bombe. E dimentica che adesso bisogna prendere Aleppo, se veramente si vuole sconfiggere lo Stato Islamico e fermare una volta per tutte la mattanza siriana. Ma questo, Gentiloni e i suoi omologhi in seno alla Nato, lo vogliono davvero?

Non pagò, il nostro Ministro, che in passato aveva dimostrato moderazione e capacità di comprensione delle situazioni anche oltre la retorica atlantista, questa volta ha pensato bene di assestare l’ennesimo schiaffo alla Russia. E anche se Putin riuscirà comunque a dormirci sopra, rimane il dispiacere nel vedere il nostro Paese comportarsi ancora una volta così nei confronti di chi sta facendo il lavoro sporco e viene, per questo, colpevolizzato. Ad aver voluto citare il “modello Grozny” – indicando come i pesanti bombardamenti ad Aleppo richiamino la Seconda guerra cecena e la durezza a cui fu costretta la Russia – Gentiloni ci ha involontariamente preso: lui lo intendeva in senso negativo, noi no. Ad Aleppo ci sono i “figli” di chi c’era a Grozny: le belve; l’”internazionale verde”, i movimenti salafiti e wahabiti che viaggiano sui campi di battaglia di mezzo mondo con lo scopo di creare ovunque il califfato e destabilizzare intere nazioni. Questi sono i musulmani contro cui combatte Putin, primi nemici di gran parte dell’Islam; musulmani “deviati”, che capiscono solo il linguaggio della violenza e che si fermeranno solo se sterminati.

Sunniti e sciiti qui non c’entrano nulla; c’entra chi sostiene regimi sanguinari e i suoi alleati e chi invece prova a sconfiggerli. E Mosca, attaccando i fondamentalisti, a dispetto di quanto mette in guardia Gentiloni, non si inimicherà il mondo musulmano sunnita di cui, anzi, è culla (ospitandone più di dieci milioni) e alleata. Ancora, il minacciato isolamento internazionale a cui andrà incontro la Russia – agitato come spettro dal Ministro – qualora non fermi i bombardamenti di Aleppo, come potrebbe spaventarla? A quale maggiore isolamento può andare incontro, oltre a quello pesantissimo patito per aver provato a difendere l’Ucraina dal rigurgito nazi-americano, senza piegare la testa? E’ stata portata ad aver più da guadagnare che da perdere, dalla situazione siriana. E per questo motivo, alla Russia, del plauso della comunità internazionale – sinonimo di calata di braghe – gliene importa poco, perché l’unico modo per averlo sarebbe starsene in casa, cheta, cheta a guardare la tempesta (dentro e) fuori dai suoi confini, come accade da circa quindici anni. Oggi, al Cremlino, prima di tutto vengono la sconfitta di Daesh, la liberazione di Aleppo e della Siria, la riconquista di un proprio spazio nel Mediterraneo e di un nuovo ruolo egemone in Medio Oriente. Che questa riaffermazione di ruolo di potenza debba passare dalla Siria, però, si badi bene, non l’ha né deciso, né tantomeno voluto, il Cremlino; bensì, qualche mediocre scacchista in seno alla Nato, cronico incapace nel prevedere le mosse russe. Gentiloni tutto questo lo sa. Ma deve dire il contrario.