La Quinta Repubblica era nata con un obiettivo: la stabilità. La Francia doveva avere nella stabilità di governo e nella concentrazione di potere i cardini per costruirsi il suo futuro. Per fare questo, il sistema doveva essere riformato in una doppia chiave, che interessasse il Parlamento e il Presidente della Repubblica. Venne così strutturato un ordinamento che prevedeva da un lato un Presidente della Repubblica eletto dal popolo, a suffragio universale, rappresentante di quella volontà popolare cara al sentimento francese di stampo illuminista. Dall’altro lato, l’Assemblea Nazionale doveva trasformarsi in una rappresentanza democratica del popolo di matrice più liberale, dove l’esecutivo, figlio del voto del Parlamento, assumeva in realtà un ruolo secondario. Sarebbe stato il Presidente, quale frutto della scelta del popolo, a godere dei privilegi e dei poteri che lo avrebbero reso, di fatto, un monarca repubblicano. Il sistema ha funzionato fino ad oggi. Questa forma di esecutivo bicefalo con un premier e un Presidente sovrapposti, in cui i poteri del secondo sovrastavano irrimediabilmente quelli del primo, ha trasformato la Francia in un Paese tendenzialmente immune da qualunque crisi politica.

Una stabilità che è stata aiutata anche da un sistema elettorale profondamente incentrato sul minor rischio possibile di paralisi politica. Il sistema del collegio e del doppio turno ha, infatti, consegnato ai francesi un’Assemblea Nazionale monopolizzata in buona sostanza da due partiti maggioritari: i socialisti e i gaullisti. Questi due partiti, per decenni, hanno costruito un radicalmente territoriale talmente profondo per cui a ogni elezione, i due maggiori sfidanti erano i due candidati di centrosinistra e centrodestra, relegando gli altri partiti a pochissimi collegi e ad ancora più poche possibilità di giungere al seggio in Parlamento. Ed è una stabilità che per anni ha retto grazie al famigerato patto costituzionale. Un tacito accordo, in parte evidente, secondo cui centrodestra e centrosinistra si sarebbero sempre sostenuti a vicenda qualora vi fosse stato il rischio di un candidato terzo che avrebbe rivoluzionato questo sistema granitico. Questo scenario, che la costituzione francese ha evitato per decenni, oggi è diventato invece qualcosa di più una semplice possibilità. L’incubo della Quinta Repubblica è divenuto, infatti, la realtà del sistema politico francese.

Le elezioni del 2017 vedono per la prima volta i partiti tradizionali sconfitti. UMP e Partito Socialista sono oggi il terzo e forse il quinto partito francese. L’ascesa di Marine Le Pen, di Emmanuel Macron ed anche dello stesso Mélenchon sono oggi le realtà su cui s’infrange la Quinta Repubblica. Non c’è più soltanto un ballottaggio fra centrodestra e centrosinistra, ma c’è un ballottaggio fra due partiti che finora non erano mai giunti l’uno contro l’altro a contendersi la carica di Presidente della Repubblica. Come si sia arrivati a questo è argomento ormai di quasi tutte le analisi sociologiche e politologiche degli ultimi mesi.

sondaggi der spiegel

Sondaggi Der Spiegel

In via principale, a scanso di equivoci, va detto che l’ascesa di Marine Le Pen era sotto gli occhi di tutti da mesi. Il Front National ha intrapreso ormai da anni una campagna di sdoganamento, e di riabilitazione di fronte all’opinione pubblica francese, che hanno reso il partito di estrema destra un partito assolutamente in grado di far parte del sistema politico francese. I sondaggi danno Marine Le Pen almeno come sicura del ballottaggio e non è detto che molti conservatori o anche elettori di sinistra più radicale preferiscano lei al centrista e liberista Macron. Macron che dal canto suo sta divorando l’elettorato del Partito Socialista e dei tanti delusi del centrodestra. Il suo europeismo, le sue ricette liberali, liberiste e profondamente coerenti con il suo tecnicismo economico, nonostante tutto, sembrano attecchire sull’elettorato francese. Sul fronte tradizionale, l’UMP era fino a pochi mesi fa il partito che avrebbe dovuto eleggere il Presidente della Repubblica. Fillon era dato quasi per certo come vincitore, e sia con Macron sia con Le Pen è ancora dato per vincente in caso di ballottaggio da quasi tutti i sondaggisti. La sua vicenda è però altrettanto chiara. Gli scandali che hanno colpito la sua credibilità hanno completamente abbattuto ogni tentativo di diventare presidente, e oggi il candidato gaullista può puntare a essere il terzo incomodo in una sfida ormai chiaramente a due.

Per quanto riguarda il Partito Socialista, il suo crollo è chiaramente da attribuire all’incapacità di François Hollande. Il presidente francese è l’unico presidente della repubblica a non essersi candidato per un secondo mandato. Già solo questo dato fa capire come viene percepito Hollande dall’elettorato francese. Un baratro in cui però ha trascinato inevitabilmente tutto il suo partito. A nulla è servita la vittoria di Hamon come candidato di rottura per il partito. Il tiepido rappresentante della sinistra del partito socialista non può far nulla contro le nefandezze del suo predecessore e paga la sconfitta ormai certa. Una sconfitta così chiara che lo stesso Partito Socialista lo ha già completamente sfiduciato. La scorsa settimana Valls, premier socialista, ha dichiarato che avrebbe votato Macron, di fatto invitando il suo elettorato a fare altrettanto.

A questo punto, come oramai sembra chiaro, la sfida si concentrerà fra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron. Una sfida che ha tutta l’aria di essere la resa dei conti tra l’euroscetticismo e l’europeismo, tra l’identitarismo e il multiculturalismo, tra due visioni della Francia e del mondo completamente diverse. I due leader non hanno nulla in comune, né storia umana né politica. L’unica cosa che li accomuna è la novità. E questo essere la novità, che per i due candidati è il motivo di tanto successo, potrebbe però trasformarsi nel loro peggiore nemico. Ed è la stessa eredità della Quinta Repubblica a spiegarcene il motivo. Il sistema francese si poggia infatti su una netta distinzione fra Assemblea Nazionale e Presidenza. Il Presidente della Repubblica non ha con il Parlamento un rapporto di fiducia, ma è investito direttamente dal popolo con suffragio. L’Assemblea Nazionale, eletta dal popolo con il sistema dei collegi uninominali, sceglie il suo primo ministro, a sua volta, a seconda della maggioranza presente in Parlamento.

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Finché si tratta di eleggere il Presidente, il voto di protesta, di pancia, il voto che vuole la novità è qualcosa di abbastanza certo. È chiaro che un popolo stanco chiamato alle urne vede nella scelta di un Presidente innovatore un viatico per i problemi del Paese. Ad aprile la Francia probabilmente sceglierà uno fra Le Pen e Macron consapevoli più della volontà di cambiamento che delle loro vere capacità politiche. Diverso invece sarà il tema delle elezioni legislative. Che ricordiamo che si terranno in Francia a giugno del 2017, quindi a poche settimane dalla scelta del Presidente. Qui contano i collegi, conta il territorio, contano tanti altri fattori. Un francese di centrodestra potrà votare Le Pen come presidente della repubblica perché deluso da Fillon e avverso a Macron, ma con tutta probabilità nel collegio delle legislative, voterà per il partito che più è in grado di rappresentare i suoi desideri pratici. Vi sarà anche chi voterà per il cambiamento anche a livello territoriale, quindi voterà Macron o Le Pen anche per l’Assemblea Nazionale, ma certamente ci sarà un livellamento di tutti i partiti. Insomma, se alla Presidenziali conterà la novità, alle legislative, probabilmente, conterà molto anche la tradizione.

In Francia, questa tradizione è rappresentata da UMP e Partito Socialista che a livello territoriale contano ancora moltissimo. Le Pen e Macron possono contare sul voto politico per l’Eliseo, ma la scelta dei deputati si fonda su parametri completamente diversi da parte dell’elettorato. Questo, inevitabilmente, poterà a una situazione pericolosa per il sistema francese. Con molta probabilità infatti il presidente della Repubblica non avrà una solida maggioranza parlamentare e, di conseguenza, non potrà avere con altrettanta probabilità un premier che rappresenti il suo stesso partito. Non una novità nel panorama apolitico francese. È già successo più volte che il premier e il Presidente fossero di partiti diversi. Il problema è che questa volta non sono i due storici partiti a contendersi le cariche, ma un numero altissimo di partiti tra loro incompatibili. In sostanza si arriverà a una situazione per cui il Presidente eletto dovrà confrontarsi con un Parlamento a dir poco balcanizzato. Non solo quindi sarò un presidente totalmente nuovo per la Francia, che verrà da due partiti mai eletti all’Eliseo, ma avrà anche davanti a sé una situazione istituzionale completamente originale rispetto alla tradizionale visione bipartitica dell’Assemblea Francese.

Quale sarà dunque la conseguenza di tutto ciò? Che il presidente eletto, chiunque sarà fra Macron e Le Pen, dovrà per forza cedere il passo al compromesso. Non ci sarà alternativa. Se le legislative, come probabile, consegneranno un Parlamento multipartitico, nessuno dei due candidati forti all’Eliseo avranno dalla loro parte un Parlamento o un Premier che li appoggerà. E in questo modo, nella palude dell’Assemblea Nazionale, affogheranno in poco tempo i sogni di cambiamento di quei francesi che voteranno Le Pen o Macron nella speranza di rivoluzionare il Paese.