Il 12 febbraio, dopo che sulla pista d’atterraggio dell’aeroporto intercontinentale di L’Avana avrà rullato il velivolo sul quale viaggerà Papa Francesco, andrà in scena un dialogo atteso da quasi sei secoli. Ad attendere il Pontefice, infatti, vi sarà il patriarca della Chiesa ortodossa russa, Cirillo, guida spirituale di oltre 150 milioni di fedeli viventi in tutto il territorio del vecchio Impero zarista. Per la prima volta da quando, nel 1448, il patriarcato di Mosca optò per l’autocefalia, disconoscendo l’autorità spirituale del Papa di Roma a seguito del rifiuto delle deliberazioni del Concilio di Firenze, le due principali guide della cristianità si incontreranno a tu per tu per un dialogo di due ore, al termine del quale sarà siglata una dichiarazione condivisa. L’importanza di questo annunciato incontro è capitale. Esso giunge a coronamento del processo ecumenico condotto dall’ex arcivescovo di Buenos Aires nel corso dei suoi primi tre anni di pontificato, durante il quale Bergoglio si è speso in prima persona per mantenere un contatto costante e proficuo con le altre Chiese autocefale e le altre grandi religioni monoteistiche. Il dialogo tra Francesco e Cirillo, infatti, è la punta dell’iceberg di un processo lungo e meditato, durante il quale Francesco ha interpretato alla perfezione la definizione letterale del suo titolo, riuscendo a gettare solidi ponti verso le altre sponde della cristianità.

La forza del Sacro, del resto, è anche questa: la sua capacità di contribuire alla costruzione di un substrato comune e solido, base per il consolidamento di relazioni proficue, nel momento in cui gli interlocutori riconoscono le loro comunanze prima ancora delle loro differenze. Francesco e Cirillo sono riusciti in questo obiettivo: hanno rafforzato le similitudini e composto le divergenze, pur notevoli, riscontrabili tra le due confessioni, facendo leva su quanto avrebbe potuto portare a risultati favorevoli nel dialogo tra Roma e Mosca, ragionando su questioni dottrinarie ma, con minuziosa attenzione, anche su temi concreti, alcuni dei quali decisamente scottanti: dalla crisi ucraina, ai cristiani perseguitati in Medio Oriente, dalla difesa dell’ambiente alla pace, al dialogo fra i popoli, le religioni, le nazioni, infatti, la convergenza tra i due dialoganti è multilivello. L’equità dimostrata da Francesco nel prendere posizione riguardo tematiche importantissime per i fedeli e il clero ortodosso, come la spinosa questione del conflitto ucraino che ha portato all’emersione di una grave frattura interna al mondo della “cristianità orientale”, ha portato per il Papa il conseguimento di un credito di stima senza precedente per un Pontefice romano nel mondo della Chiesa ortodossa.

Nemmeno un grande comunicatore come Giovanni Paolo II, che pure ha gettato le fondamenta più profonde per l’incontro del 12 febbraio con gli accenti fortemente ecumenici assunti dal suo pontificato, era mai giunto a un passo simile. Questo anche perché il Patriarcato di Mosca, dopo aver visto la sua opera pastorale repressa per decenni durante il periodo sovietico, in seguito alla dissoluzione dell’URSS aveva vissuto una lunga e delicata fase di ristrutturazione e riorganizzazione. Essa fu sapientemente condotta dal patriarca Alessio II, predecessore di Cirillo, che solo negli ultimi anni si era maggiormente rivolto alla questione del dialogo tra le Chiese, essendo stato per lunghi anni la sua attenzione assorbita dall’immane lavoro riguardante la situazione particolare russa. Tale compito sarebbe risultato impossibile se, durante tutto il periodo comunista, non fosse sopravvissuto nell’animo russo un forte senso del Sacro, un’omnipervasività della sfera religiosa nell’ambito della vita dei cittadini, cosa che ha favorito il rinvigorimento del Patriarcato di Mosca. Allo stato attuale, la Chiesa ortodossa autocefala di Mosca gode di piena salute, ed è una dei pilastri principali su cui si fonda la società della rediviva Russia, oramai affermato attore della dialettica multipolare, avendo inoltre stabilito una notevole sincronia di fondo col governo Putin, da sempre attento a dialogare con la principale istituzione religiosa russa. Uno splendido articolo scritto da Pietrangelo Buttafuoco per “Il Fatto Quotidiano” nello scorso mese di agosto rende alla perfezione l’idea della rinnovata forza della Chiesa ortodossa russa, arrivata alla situazione (impensabile per le altre confessioni) di ritrovare i propri seminari impossibilitati a ricevere ulteriori iscrizioni, testimonianza della sincerità del risveglio spirituale vissuto dal popolo russo.

L’interconnessione tra il Patriarcato e le autorità temporali della Federazione Russa aggiungono ulteriore significatività all’imminente incontro. Il ponte gettato tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca è un esempio per tutto il mondo delle relazioni internazionali: il Vaticano antepone ora in maniera assoluta il suo ruolo ecumenico di rappresentante globale del cattolicesimo a quello particolare, ma molto a lungo ritenuto preminente in seno alla Curia, di garante di una versione occidentalista della fede cattolica. Papa Francesco ha, col suo operato, rafforzato il sistema multipolare venutosi a creare dimostrando una chiara visione della realtà e un forte pragmatismo nell’adattare la Chiesa di Roma al “segno dei tempi” anche nel campo della diplomazia, nel quale una Santa Sede attiva e propositiva si è dimostrata più volte negli ultimi decenni capace di un’influenza importante a livello globale. E l’incontro tra Francesco e Cirillo è sintomatico di questo rinnovato spirito: esso rappresenta la possibilità di giungere a un dialogo tra cristianità orientale ed occidentale, dunque a un sistema di relazioni stabili tra la Russia e l’Occidente, superando le visioni relativiste secondo le quali una qualsiasi conciliazione tra due sistemi definiti antitetici sarebbe impossibile, ma anche molto di più, proprio perché come detto le dimensioni della Chiesa di Bergoglio sono decisamente superiori a quelle ristrette entro cui la costringeva la prospettiva occidentalista. Il dialogo che andrà in scena all’aeroporto di L’Avana ribadisce infatti l’importanza del “Dialogo” in senso generale, della cooperazione attiva di “tutti gli uomini di buona volontà” (per citare le parole dell’enciclica Pacem in Terris di San Giovanni XXIII) per giungere a una risoluzione dei grandi problemi che affliggono l’umanità. Un Dialogo che non esclude alcun interlocutore per ragioni di nazionalità, visione politica o religione, in cui nessuno delle parti in causa si arroga la convinzione di stare dal lato giusto della Storia. Un Dialogo in nome del quale Francesco si è già speso attivamente, non trascurando nella sua azione ad ampio raggio nessuna delle questioni più scottanti.

Il Vaticano ha accolto il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, con cui Francesco si è personalmente intrattenuto, ha avviato le negoziazioni per l’apertura di un canale diplomatico con la Cina, si è fatto portavoce della difesa degli ecosistemi e di una più giusta ripartizione delle risorse naturali attraverso l’enciclica Laudato si, ha favorito e apertamente sponsorizzato la riconciliazione tra USA e Cuba. Proprio Cuba assurge a teatro dello storico incontro, e non poteva essere altrimenti: l’isla bonita è in qualche modo simbolo della modernità dell’azione di Bergoglio, che ha messo in moto la diplomazia vaticana per appianare una contrapposizione antistorica quale era divenuta quella tra Washington e L’Avana e portare all’annullamento di sanzioni divenute oramai obsolete e assurde, e che è stata scelta dal Papa venuto “dalla fine del mondo” come base operativa per diffondere la sua azione di dialogo nel continente latinoamericano, e anche oltre. Cuba si apre al mondo, il mondo si apre a Cuba sulla scia tracciata dal Papa che prende il nome dal Santo di Assisi, il Santo del Dialogo, colui che conversando col Sultano d’Egitto non ebbe problemi, in un contesto d’endemica intolleranza religiosa, a rispettare la visione del mondo che animava il suo interlocutore. Il precetto sul quale, nella celebre versione del dialogo narrata da Tiziano Terzani nelle sue “Lettere contro la guerra”, Francesco e il Sultano si trovano concordi è lo stesso in nome del quale Francesco porta avanti la sua diplomazia fortemente ispirata da uno spiccato senso del Sacro: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Analoghe intenzioni animano sicuramente anche il patriarca Cirillo, ed è bello vedere al dialogo che andrà in scena venerdì a L’Avana come a una grande vittoria di questa regola universale, che assume proporzione maggiore in un mondo che ha visto gli uomini violarla fin troppe volte negli ultimi, turbolenti decenni.