Come previsto non si ferma la corsa del Front National che, alle amministrative, si conferma ampiamente come primo partito di Francia con il 27,96%. Crollano i socialisti (23,33%) mentre continua la contrazione dei gollisti, fermi al 26,89%. I candidati del FN sono in testa nella metà delle regioni, ma è proprio dove si sono candidate le due Le Pen a registrare un vero e proprio plebiscito: Marine prende il 40,6% delle preferenze in Nord-Pas-De-Calais-Piccardie e lo stesso fa sua nipote Marion in Provence-Alpi-Costa Azzurra. Nemmeno la discreta affluenza (superiore al 43%) ha fermato l’emorragia di voti per i due partiti di Sistema, confermando il rifiuto di buona parte dell’elettorato delle politiche degli ultimi anni. L’ampia vittoria della leader del Front National nella regione di Calais – storico feudo della gauche francese – sancisce il sempre più netto scollamento tra l’elettorato di centrosinistra e il partito al governo; ma anche la figura di Sarkozy esce ridimensionata da queste elezioni. È la rivolta del paese reale contro le elite che lo governano con sufficienza e incompetenza; è il netto rifiuto delle logiche che questa classe politica ha portato avanti con estrema continuità, spacciandola per alternanza democratica.

Un cittadino su tre ha scelto il partito della Le Pen, come la maggioranza dei giovani tra i 18 e i 24 anni, preoccupati del futuro che l’attuale classe dirigente ha in serbo per loro. Un voto che va ben oltre la semplice protesta di un Paese che vuole riappropriarsi della propria identità, autonomia e libertà in politica estera. Un rifiuto dell’austerità, dell’immigrazione forzata e della guerra umanitaria. Oggi già si sprecano le solite analisi e “spiegazioni” dell’exploit del FN: il vantaggio sarebbe derivato dall’attacco terroristico del 13 Novembre; dall’invasione estiva dei migranti; il solito terreno fertile composto di paura e insicurezza che favorisce i partiti populisti. Nulla di più bugiardo: il successo di Marine Le Pen arriva da lontano. Si ritrova nella lotta per cambiare pelle a un partito storico – fino a giungere al simbolico parricidio -; si basa su una precisa visione dello Stato laico; si fonda sul superamento della falsa dicotomia tra destra e sinistra.

Marine Le Pen si è dimostrata la più “responsabile” tra i politici dopo l’attacco dell’Isis; non ha ceduto all’isteria della risposta immediata; non ha parlato di guerra o di criminalizzazione dell’Islam. Il FN ormai raccoglie i voti degli operai, dei mussulmani integrati, dei giovani. Ha candidati omosessuali eppure difende la famiglia, non parla di tasse ma di stato sociale, non condanna le banlieue ma la politica che le ha create; non è xenofobo ma contro l’immigrazione incontrollata; non è contro l’Europa ma contro questa Unione fondata sull’Euro. Paradossalmente la strage del Bataclan ha aiutato più il presidente Hollande, pronto a mostrare i muscoli e a salire sulla portaerei da cui partono i raid vendicativi contro Raqqa, di quanto abbia aiutato i lepenisti a diventare primo partito. Non agita lo spauracchio dello scontro di civiltà, ma della perdita di quell’identità francese che l’elite vorrebbe cancellare in nome del multiculturalismo relativista.

La sfida che la Le Pen porta coerentemente avanti è culturale prima che ideologica e la porterà nel 2017 a lottare per l’Eliseo. Il Sistema però ha i suoi studiati anticorpi, i collaudati meccanismi che impediscono a terze forze di inserirsi nella finta alternanza tra i partiti di governo. Già a poche ore dal voto i socialisti annunciano il ritiro dei loro candidati arrivati terzi in vista del ballottaggio di settimana prossima. Il meccanismo è sempre lo stesso: compattare l’elettorato in chiave anti-Front National. La classica forma del “votare turandosi il naso” così cara alla sinistra che, per ora, l’UMP dichiara di non ricercare. La maschera però ormai è caduta e quei due terzi di francesi che non hanno votato FN, difficilmente si recheranno alle urne per salvare la solita minestra riscaldata. Ora partirà il terrorismo mediatico per spaventarli sulle conseguenze nefaste di una vittoria dei Le Pen, perché ormai sono i partiti di Sistema a dover sfruttare la paura, l’intimidazione sistematica degli elettori e non viceversa.