di Alessandra Schirò

“A neanche una settimana dalla nascita della coalizione fra i gruppi siriani anti-Assad, Riad genera un patto fra Stati sunniti per ridisegnare gli equilibri in un arco di crisi che si estende per oltre 9000 km dallo Stretto di Gibilterra alle vette dell’Hindu Kush. Per Putin significa che la sfida iniziata con la Turchia è destinata ad avere dimensioni assai più ampie e conseguenze assai difficili da prevedere”. Scrive il quotidiano La Stampa il 16 dicembre 2015. Il giorno prima, infatti, un nuovo accordo tra Paesi del Golfo e dell’Africa settentrionale sancì l’inizio dell’Alleanza Militare Islamica con centro operativo a Riad, capitale dell’Arabia Saudita. Si tratta di una coalizione di trentaquattro Stati sunniti finalizzata a combattere il terrorismo jihadista e arginare la crescente egemonia dell’Iran. Quest’ultima, repubblica islamica sciita, sotto la guida suprema di Ali Khamenei, fa parte a sua volta di un’altra alleanza militare guidata da Vladimir Putin e composta da Assad, Iran, Iraq ed Hedzbollah per sconfiggere l’ISIS. L’Alleanza Militare dell’Arabia Saudita, sotto l’egida di ONU, Organizzazione della Conferenza Islamica e Lega Araba, ha già ricevuto l’approvazione dalla Casa Bianca. Nell’ultimo anno l’intervento sunnita fu a più riprese richiesto da Washington per smantellare lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Tra i pilastri della coalizione figurano anche gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, l’Egitto e il Pakistan, protagonisti delle operazioni già in corso in Iraq e Siria contro ISIS, e nello Yemen contro gli houthi. “I nostri Paesi condivideranno intelligence e addestramento”, spiega il ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir, precisando che “ogni forma di cooperazione sarà possibile”.

Un’altra volta, nella storia dell’umanità, lo scacchiere geopolitico si divide a causa delle ostilità tra Russia e ONU. Oggi, però, a ospitarne i conflitti non è più il territorio europeo e il movente principale, a quanto pare, è la religione. Col termine Fitna, dall’arabo “prova”, “tribolazione”, ma anche “dissenso, litigio” e perfino “guerra civile”, si indica il primo violento e drammatico scontro civile che si sviluppò nel corso del primo Islam, all’epoca dei cosiddetti “Califfi ortodossi”. La Prima Fitna (656-661 d.C.) esplose quando il governatore della Siria, Muʿāwiya b. Abī Sufyān si ribellò all’autorità del califfo ʿAlī b. Abī Tālib rivendicando il suo diritto alla vendetta nei confronti degli uccisori del precedente califfo e suo parente, ʿUthmān b. ʿAffān. Ben oltre il fatto politico, tale avversità portò, un paio di secoli più tardi, a costituire le basi del Sunnismo e dello Sciismo che mai più si sono riconciliati.

Le divergenze nel mondo islamico sono continuate, dunque, anche nel secondo dopoguerra, dall’irrisolto conflitto israelo-palestinese, alla guerra statunitense in Iraq, passando per l’insorgenza drammatica del terrorismo di al-Qāʿida. Una delle ultime ostilità sullo sfondo della Fitna si verificò nel 2011, come ricorda La Repubblica in un articolo sull’esecuzione dello sceicco iraniano Nimr Al Nimr avvenuta il 2 gennaio 2016. Nimr è stato uno dei leader religiosi e politici del movimento di protesta esploso allora “nella ricca provincia orientale saudita che reclamava maggiori diritti per la più grande minoranza religiosa del paese”. La sua uccisione, a opera dell’Arabia Saudita, “rischia di far deflagrare un duplice scontro, politico e religioso, nella regione”. Così si riapre il conflitto tra sciiti e sunniti. All’indomani viene presa d’assalto l’ambasciata sunnita a Teheran. Riad rompe le relazioni con l’Iran ed espelle i diplomatici.