L’Italia è sempre più italietta: il paese non è pronto ad aprirsi a nuovi stati, a nuovi orizzonti, a nuovi scambi culturali e commerciali con chi, dopo anni di affanni, sta tornando ad emergere nel panorama internazionale. La visita del presidente iraniano Rouhani dimostra tutti i limiti di un paese, il nostro, che sembra culturalmente e socialmente sempre più inadeguato ad affrontare le sfide di questo secolo; di fronte all’arrembaggio di un paese, quale l’Iran, che ha voglia di dimostrare il suo valore e che ha voglia di smarcarsi da determinati stereotipi frutto di uno strumentale isolamento internazionale, gli unici dibattiti che sono riusciti a partorire i nostri media e la società in generale, riguardano i monumenti coperti al Campidoglio in quanto raffiguranti nudità. C’è anche chi si è spinto oltre, andando ad organizzare petizioni e maratone mediatiche sui social in cui denunziare la ‘mancanza di diritti umani’ in Iran così come mai dimostrate ‘persecuzioni’ nei confronti delle minoranze.

In poche parole, l’Italia mostra in queste ore, a livello sociale, il peggio di sé; fa vedere agli iraniani di essere governata da una classe politica incapace di superare determinati steccati ideologici, mentre le facili ironie apparse sulla rete circa la presunta richiesta della delegazione iraniana di coprire opere raffiguranti nudità, mostra un’arretratezza nell’approccio con altre culture che ben si presta a tante considerazioni. A parte il fatto che nessun rappresentante iraniano, da quanto trapela, ha mai chiesto un tale atto, ma ammesso e non concesso che il presidente Rouhani fosse realmente turbato dalla visione di intimità maschili o femminili scolpite nel marmo, dove sta lo scandalo? Il concetto di nudità, evidentemente, che si ha nella cultura sciita ed iraniana è diverso dal nostro; né inferiore, né superiore, è semplicemente diverso. Discendiamo da una cultura classica, dove la raffigurazione dei corpi maschili e femminili rappresentava la normalità, così come nell’antica Grecia spesso le attività sportive venivano svolte senza indumenti; abbiamo quindi, come cultura occidentale, un rapporto molto complesso ed intricato con la nudità, o meglio avevamo questo tipo di sensibilità (conviene purtroppo forse parlare al passato), visto che adesso con la diffusione del porno il nudo femminile e maschile oramai riveste i connotati della mera volgarità. Ma questo, in ogni caso, è un discorso che vale per noi pseudo occidentali; evidentemente non vale per gli iraniani, i quali probabilmente invece su determinati temi hanno approcci opposti e diversi, non per questo meritevoli di denigrazione popolare o di becera strumentalizzazione politica.

Quei monumenti, inoltre, sono stati semplicemente coperti, non sono stati né distrutti e né spostati, è stato posto solo un telo al fine di evitare eventuali imbarazzi: finite le cerimonie, i monumenti sono tornati ad essere ammirati da romani e turisti (occidentali e non). Insomma, ancora una volta ha prevalso tra gli italici l’atavica voglia di universalizzare ciò che siamo, riducendo il mondo ad una mera veranda dell’occidente, in cui tutto ciò che è diverso va bistrattato e banalizzato con volgare superficialità. La corsa alla modernità, si sa, è una corsa all’omologazione; per l’italiano oggi, così pare, essere moderni vuol dire accettare supinamente ciò che viene proposto come ‘nuovo’ modello e quindi guai a dire di essere scandalizzati per i nudi (quelli reali e non scolpiti) che circolano per strada durante determinate parate dell’orgoglio omosessuale (da cui molti gay, spesso, prendono le distanze), mentre chi eventualmente esterna esigenze opposte, ossia quelle di non vedere i nudi nemmeno raffigurati in opere d’arte, va additato come ‘simbolo’ di un mondo retrogrado che non ha ragione di esistere.

L’apertura all’altro è segno di civiltà; una cultura che denigra l’altra sbaglia due volte: in primo luogo, essa rischia l’autoreferenzialità, ma soprattutto chi punta il dito sugli altri non è evidentemente dedito a guardarsi allo specchio ed a pensare, prima di ogni altra cosa, ai mali propri ed interni. L’Italia, con la visita di Rouhani e con gli scarni dibattiti da essa scaturiti, ha perso una grande occasione; è vero anche che molte polemiche sono state, con dovuta maestria, pilotate e strumentalizzate e del resto far apparire l’Iran ancora come uno ‘stato canaglia’ fa comodo politicamente a tanti. L’italiano comunque, alle prese con la novità, ha palesemente steccato; non è riuscito né a concepire che esistano modi differenti di intendere i rapporti culturali e sociali, né è riuscito ad afferrare l’importanza politico/strategica di ritornare protagonisti in e per l’Iran. Un’occasione mancata quindi, un’ennesima dimostrazione di come la nostra società non riesce ad effettuare i dovuti salti di qualità.