La strage a una fermata dell’autobus di Donetsk, la conquista dell’Aeroporto internazionale della stessa città da parte dei ribelli. La miccia innescata la settimana scorsa da questi eventi non ha mancato di spargere fiamme sul fronte ucraino, alimentando un confronto mai realmente cessato. Una sfida tra Occidente e Russia (più Nuova Russia) dove la propaganda, la retorica e le accuse reciproche hanno drammaticamente accompagnato numerosi morti sul campo. Quello che traspare dalle più coraggiose inchieste effettuate sul posto (come quelle firmate da Eliseo Bertolasi1) è la difficile situazione della popolazione dell’Ucraina orientale, che non vede minimamente riconosciuta la propria situazione a livello internazionale. A livello sia politico che mediatico. «I giornali sono sempre il riflesso della coscienza collettiva e politica. Quando la coscienza politica non c’è, anche i giornali non fanno il loro mestiere, cioè quello di raccontare e documentare», ha detto a proposito Domenico Quirico. Così l’Europa, uno degli attori più inefficaci e incerti sulla scena, stenta a cogliere il significato della crisi ucraina e a elaborare soluzioni efficaci. Ricordando ancora una volta di non essere un soggetto geopolitico, anche se le recenti perplessità di Tsipras a proposito delle sanzioni rappresentano timidi segnali positivi.

Le ultime notizie riferiscono di violenti combattimenti a Debaltsevo, con molti civili fra le vittime. Mariupol è sotto assedio. Nel Donbass l’offensiva dei miliziani è importante, e l’esercito di Kiev pare alle corde. D’altro canto difficilmente le forze occidentali avrebbero firmato una tregua lo scorso settembre se fossero state convinte della loro forza. Al contrario, le cronache hanno riportato costantemente di militari, e in alcuni casi interi reparti, che si sono rifiutati di combattere. Nei casi più estremi molti di loro sono passati al “nemico”. Talvolta accolti dal fronte opposto in quanto letteralmente abbandonati da Kiev. E’ il caso dei 400 militari ospitati nella regione russa di Rostov, nello scorso agosto. «For two weeks, we were fighting back without ammunition and fuel. I didn’t have the opportunity to feed my men for almost two weeks. We even ran out of first strike ration. The personnel were more exhausted by despair than by the actual shelling. Other than giving us a command to ‘hold on,’ Kiev provided us with no other assistance. And during the last week, they’ve aborted all communication. They’ve simply given up on us» furono le parole del Maggiore Vitaly Dubinyak nella circostanza.

Sono passaggi che testimoniano le difficoltà di Poroshenko e soci. Soros, da sempre attivissimo su questo fronte, ha recentemente ribadito l’urgenza di innaffiare di dollari il governo ucraino, attraverso le colonne del «New York Times». Il tutto in un articolo firmato insieme al “profeta democratico” Bernard Henri-Levi. «The immediate need is for $15 billion» riporta l’accorato appello dei due. Il tutto per salvare questa «noble adventure of a people who have rallied to open their nation to modernity, democracy and Europe». Parole che da sole fanno capire quali siano le difficoltà estreme di una “nuova Ucraina” che esiste solo nelle fantasie della propaganda occidentale. Alimentata da un finanziere speculatore e da un filosofo in ansioso di benedire massacri e bombardamenti democratici, che portano il “verbo del progresso” ai retrogradi della storia. Già in Libia BHL fu in prima fila nella vera e propria santificazione della guerra a Gheddafi. Lui e Soros un merito ce l’hanno: se qualcuno aveva dei dubbi su chi fossero gli alleati di Kiev, e quale fosse le loro “cifra”, ora tutto è svelato.

1Giova inserire le sue parole a proposito di un aspetto taciuto dagli organi d’informazione del nostro paese: ” Il 30 dicembre ho letto il dispaccio ufficiale sul sito del Ministero degli Affari Esteri russo, dove si parlava di un possibile allarme nucleare non solo per l’Ucraina e per la Russia, ma soprattutto per l’Europa. Nella grande centrale nucleare di Zoporozhie, c’è stata una situazione d’emergenza con una perdita di radiazioni superiore di sedici volte i limiti prestabiliti. In una mia ricerca ho individuato i dispacci del ministero delle emergenze ucraino, dove rilevavano questa perdita. E’ un fato drammatico, perché se questa emergenza dovesse degenerare in seguito ad un’ esplosione, l’Europa verrebbe sottoposta ad una ricaduta radioattiva, sicuramente superiore di quella relativa al reattore di Chernobyl”. Tatiana Santi, Donbass: la guerra non raccontata, italian.ruvr.ru, 27/01/2015.