Le commemorazioni dell’11 settembre sono passate in secondo piano nell’agenda setting dei media d’oltreoceano rispetto all’evento che potrebbe scombussolare gli equilibri dell’establishment democratico: Hillary Clinton ha avuto un malore e sembrerebbe essere malata di polmonite. Se non fosse che i medici confermano un quadro clinico non preoccupante, motivo per il quale non sembra esser stato preso in considerazione un cambiamento nella strategia elettorale del partito. La possibilità, quindi, che Bernie Sanders sostituisca la propria rivale in un rocambolesco turn over, diventando il candidato dei democratici, è attualmente poco più che un miraggio, tantomeno sussistono i motivi per posticipare le elezioni federali che ancora vedono Trump in svantaggio. Il distacco fra i candidati, il quale si era stabilizzato attorno al dieci percento dopo la Convention del Partito Democratico, si è decisamente ridotto. Infatti, secondo le stime di Real Clear Politics, nel giorno 13 settembre questo era pari a tre punti percentuale circa. Indubbiamente la notizia della malattia della Clinton, evolutasi in un clima di segretezza totale, potrà influenzare il voto dei cittadini statunitensi ancora non chiaramente orientati e costituisce un’importante occasione per Donald Trump di occupare lo spazio mediatico lasciato momentaneamente libero dalla rivale. L’imprenditore ha infatti espresso critiche molto forti nei confronti della Clinton, in particolare nel discorso tenuto a Baltimora lunedì, in cui ha pesantemente controbattuto alla definizione di “miserabili” con cui la candidata ha apostrofato i sostenitori del repubblicano. L’accusa di fomentare una campagna elettorale basata sull’odio, dunque, non sembra essere esclusivo appannaggio dei liberal, qualora ci fosse bisogno di un’ulteriore conferma.

Sebbene Trump abbia pubblicamente augurato ad Hillary Clinton, in occasione di due interviste televisive durante la mattina dello stesso giorno, una pronta guarigione, le sue ormai lontane accuse di non avere la forza necessaria per poter governare il Paese sembrano riecheggiare da un passato non troppo remoto. Nel frattempo egli si aspetta scuse da parte della candidata democratica per quanto affermato riguardo i propri sostenitori: “Se non ritratterà del tutto i suoi commenti, non vedo come potrà continuare la campagna in maniera credibile”. La critica del repubblicano si inserisce a pieno titolo in un più generale atteggiamento di biasimo nei confronti delle modalità con cui la notizia è dovuta trapelare, bypassando i canali ufficiali tramite cui si attendeva uno standard di trasparenza evidentemente non rispettato. La preoccupazione principale, da cui scaturisce la reazione dimostrata dai media e dalla società, è che un candidato presidenziale si sia potuto mettere in condizioni di concorrere alla massima carica dello Stato senza soddisfare i requisiti fisici necessari, primo fra tutti l’assenza di malattie che possano compromettere la solidità e l’efficienza individuale. È l’opportunità politica, più che il caso in sé, a far storcere il naso all’opinione pubblica: nascondere informazioni, soprattutto se riguardano la personalità politica in maniera diretta, è un atto che rende l’individuo pericolosamente ricattabile, vincolato a mantenere una segretezza che può drenare le sue energie dalla cura per l’incarico che andrà a ricoprire.

L’estensione dell’influenza esercitata dallo stato di salute di Hillary Clinton è il primo problema di cui si dovrà occupare la segreteria dei democratici, per quanto i dati sembrino conceder loro un sospiro di sollievo: il Washington Post/ABC News ha pubblicato di domenica un sondaggio che mostra come 7 elettori su 10 avrebbero già le idee chiare su chi votare alle elezioni di novembre. Il commento di Lee Miringoff, direttore del Marist Poll, è piuttosto eloquente: “I risultati dei sondaggi sono stati più regolari dei titoli di giornale”. Le intenzioni di voto potrebbero riscontrare un cambio di tendenza solo all’interno dei livelli più periferici, che di per sé si dimostrano meno convinti dalla proposta di Clinton. Insomma, il vantaggio della ex first-lady sembra essere solido, sebbene non più particolarmente ampio. Il rischio principale che emerge dalla vicenda – il quale è stato registrato nuovamente dal Washington Post/ABC News – è come la fiducia dei potenziali elettori di Clinton sia messa particolarmente a dura prova, riscontrando un rapporto di 6 elettori su 10. Le occasioni per prevenire questo incidente dichiarando in anticipo la malattia di cui soffriva sono state parecchie e, come volevasi dimostrare, l’opinione pubblica americana si dimostra particolarmente attiva quando emergono dettagli che risultavano risaputi eppure non resi di dominio collettivo. Oltretutto, il nodo principale da sciogliere per i democratici resta la scarsa fiducia di cui gode la propria candidata, dettaglio che non sembra essere stato offuscato neppure dai risultati elettorali che hanno attribuito a Clinton 209 delegati (Trump ne ha 154). Forse verrà il momento in cui tutti impareranno che il rispetto e la fiducia nei confronti del leader siano le uniche basi solide su cui costruire l’importante percorso di riforme che gli Stati Uniti devono intraprendere. I numeri, d’altro canto, sono ben più volubili.