Qualcuno aveva mai sentito parlare di Eurovision in maniera così prepotente da quando questa manifestazione è stata creata? Una sorta di Champions League della musica europea, in quanto prendono parte degli interpreti canori provenienti da tutti gli stati che geograficamente appartengono al Vecchio Continente, più Israele. L’edizione 2016 ha riscosso particolare interesse sul panorama mediatico europeo e russo per una questione che con l’arte ha poco o nulla a che fare. Jamala, la cantante ucraina, in gara con il brano “1944”, ha trionfato sull’Australia e sul russo Segrey Lazarev. Vi sono tanti aspetti che, a livello di regolamento e a livello morale, possono andare contro questa proclamazione. Il contenuto della canzone è fortemente polemico e, inquadrato in una situazione politica internazionale decisamente instabile sul fronte delle relazioni russo-ucraine, presuppone una tendenziosa strumentalizzazione de testo in chiave chiaramente politica. Nel brano si parla della deportazione di 200mila tatari di Crimea in Uzbekistan voluta nel 1944 da Stalin, in quanto accusati di collaborazionismo con le truppe naziste, costato l’invasione da parte della Wermacht in Unione Sovietica. Premessa la verità storica dell’episodio, non si può neanche negare la veridicità del collaborazionismo nazista da parte dei nazionalisti ucraini dell’epoca, tra i quali figuravano personaggi come Stepan Bandera, cui la storiografia attribuisce tale inconfutabile ruolo.

Superando la questione storica, che comunque costituisce un sostrato degno di nota alla vicenda attuale, il teatrino del giudizio critico e popolare ha fatto il resto. Dai numeri, assolutamente pubblici, delle votazioni dei singoli concorrenti, si prefigura uno scenario grottesco, anzi, pagliaccesco: i telespettatori provenienti dall’Ucraina hanno attribuito il punteggio massimo alla canzone interpretata da Sergey Lazarev (così come la seconda canzone più votata in Russia è stata quella dell’ucraina Jamala), mentre la giuria di critici presente al concorso ha totalmente ribaltato l’esito della contesa: i giudici di molti Paesi appartenenti all’Unione Europea, più alcuni storicamente avversi al Cremlino, hanno invece attribuito zero punti alla canzone russa, decidendone di fatto la sconfitta. La canzone russa, in conclusione, è stata la preferita dai telespettatori europei, sebbene con un margine non propriamente ampio sulla seconda preferita, l’Ucraina, ma il voto dei giudici ha determinato un calo dei consensi per Lazarev, che ha accumulato poco più di un terzo di preferenze rispetto all’Australia, poco più della metà rispetto a Jamala. Oltre agli aspetti meramente soggettivi dei gusti musicali della gente, per quanto grottesco risulti adoperarsi in un paragone tra un contest musicale e la politica europea, non si può sottovalutare il rilevante aspetto del soft power sottostante. Già nel 2014, con la vittoria della drag queen austriaca Conchita Wurst, l’Europa aveva voluto mandare un messaggio mediatico alla Russia, nel periodo in cui la Duma aveva approvato una legge che vietava la propaganda omosessuale finalizzata alla tutela dei minori, strumentalizzata dall’Occidente come legge che sanciva la persecuzione dei medesimi, dipingendo in lungo e in largo per l’Europa l’immagine di un Putin dittatore spietato e fascista.

Questa volta la vicenda ha assunto connotazioni politiche, ma il risultato è il medesimo, colpire la Russia e la sua classe dirigente da vari punti di vista, a tal punto che si rovescia la causa storica antinazista dell’URSS come strumento di ritorsione nei confronti della Russia contemporanea, creando un fallace parallelismo tra la sorte dei tatari di Crimea e l’annessione della stessa penisola in seguito alla crisi di Euromaidan. Il prossimo anno il contest si terrà in Ucraina, poiché la nazione vincitrice diviene Paese ospitante, prospettando un ammutinamento in pieno stile Guerra Fredda. Russia ed Unione Europea si muovono, per ora, in direzione ostinata e contraria, e conciliare due modelli sociali che vanno a divergere in modo sempre maggiore sembra ormai impossibile. Il terreno fintamente artistico su cui si riproduce questo “scontro di civiltà” per l’affermazione di nuovi traguardi in materia di diritti sociali consegnerà un vincitore, e non è detto che sia il cosiddetto progresso liberale a configurarsi come tale.