Lo scorso 18 maggio la nuova presidente dei Giovani Musulmani d’Italia-GMI, Nadia Bouzekri, in un’intervista alla Stampa, esortava il governo italiano a stringere un’intesa con l’Islam, riconoscendo anche i luoghi di culto. Mettendo da parte tutte le problematiche legate alla difficoltà nell’individuare un interlocutore che possa realmente rappresentare la frammentata comunità islamica in territorio italiano, vale la pena focalizzarsi su un’affermazione della Bouzekri sul collegamento tra centri islamici e terrorismo; secondo la nuova presidente del GMI infatti: “La lezione belga e francese ci insegna che i terroristi non frequentano centri islamici, hanno una visione distorta della religione, costruita su Internet”. 1 Un’affermazione decisamente avventata, che non tiene conto di elementi fondamentali non soltanto legati al background dei terroristi di Parigi e Bruxelles, ma anche a quelle di alcuni centri islamici italiani, dove sono transitati personaggi direttamente legati al jihadismo e all’estremismo islamista. In primis va ricordato che Ismail Mostefai, uno dei terroristi del Bataclan, frequentava una moschea a Lucé, vicino a Chartres, nella zona sud-occidentale di Parigi, gestita da un imam belga di origine marocchina. Samy Amimour, altro attentatore di Parigi, veniva radicalizzato in una moschea a Blanc-Masnil; non a caso il Time Magazine lanciava un allarme su una decina di centri islamici clandestini all’interno di Molenbeek dove verrebbe predicato l’Islam radicale.

Il problema dei centri islamici radicalizzati è reale, tanto che le autorità francesi ne avevano immediatamente chiusi tre, subito dopo gli attacchi di novembre 2015. In Albania, Kosovo e Macedonia sono numerose le moschee radicali dove predicavano estremisti successivamente attivatisi con l’ISIS, come ad esempio Genci Balla e Bujar Hysa, due predicatori albanesi a capo della principale cellula di propaganda e reclutamento e recentemente condannati a 17 e 18 anni di carcere assieme ad altri sette “confratelli”. Della medesima rete è Almir Daci, ex imam di una moschea a Pogradec e successivamente arruolatosi nell’Isis col nome “Abu Bilqis al-Albani” e apparso nel video del Califfato indirizzato ai Balcani “Honor is Jihad”. In Macedonia e Kosovo la situazione non è migliore, con predicatori come Mazllam Mazllami, Idriz Bilibani e Shefqet Krasniqi, tutti finiti nel mirino della giustizia e con pellegrinaggi anche in centri islamici italiani come quelli di Cremona e Siena. Bilal Bosnic è un altro caso evidente di predicatore radicale, in carcere in Bosnia e attualmente sotto processo per propaganda e reclutamento. Bosnic è stato ospite in Italia presso centri islamici a Pordenone, Cremona, Brescia, Bergamo, Siena e Roma. Altro personaggio segnalato in diversi centri islamici italiani in Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte è Musa Cerantonio, estremista italo-australiano filo Isis, arrestato nelle Filippine ed estradato in Australia.

Non dimentichiamo poi la foto scattata presso un centro islamico trentino dove vengono immortalati Ismar Mesinovic e Munifer Karamaleski assieme ad alcuni noti esponenti dell’Islam italiano. Mesinovic e Karamaleski si erano arruolati poco dopo nell’Isis; il primo veniva ucciso in combattimento a inizio 2014 mentre il secondo potrebbe essere ancora attivo in territorio siriano.

TN mesinovic karamaleski

 Internet è sicuramente un mezzo che ha portato la propaganda islamista radicale a un altro livello; oggi, grazie alla rete globale, le informazioni viaggiano con una velocità senza precedenti, non si tratta però di un mezzo esclusivo ma piuttosto di un ulteriore supporto che facilita l’espansione del fenomeno. I predicatori radicali e alcuni centri religiosi ricoprono ancora un ruolo essenziale nella propaganda e nel reclutamento, come del resto dimostrano i fatti. Il contatto umano resta ancora oggi il più efficace e sicuro, anche se ciò non toglie che internet ha fornito un “boost” senza precedenti per quanto riguarda la diffusione del messaggio radicale. Ridurre tutto il fenomeno della radicalizzazione a internet, affermando che i centri islamici sono “immuni” da tali problematiche, significa non aver minimamente compreso la realtà dei fatti.