La richiesta avanzata dalle tribù dei nativi americani contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access è stata respinta dalla Corte d’Appello dando, così, il via libera al trasporto di petrolio dal Nord Dakota all’Illinois. Il contestato presidente degli Stati Uniti Donald Trump figura, però, in buona compagnia per quanto riguarda la lotta dei movimenti nel continente americano. Pur sembrando quasi un paradosso, Trump risulta contestato proprio come alcuni dei presidenti indigeni vittoriosi negli ultimi quindici anni. Sempre più spesso al fronte di oppositori di destra liberale in Sudamerica si aggiunge uno schieramento di delusi che si oppone da sinistra ai leader del socialismo del XXI secolo. Non è un caso se il candidato della Revolución Ciudadana in Ecuador, e successore di Rafael Correa, Lenin Moreno ha mancato la vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali proprio per la scissione degli indigenisti. In Brasile, prima che subentrasse la procedura dell’impeachment contro Dilma Rousseff, la verde Marina Silva, dopo la parentesi nel governo Lula, era riuscita a coniugare intorno a se le istanze ambientaliste e di tutela per le tribù incontattate dell’Amazzonia. Lo scorso agosto il vice-ministro degli Interni boliviano Rodolfo Illanes è stato rapito e ucciso nel corso di una protesta nella zona mineraria di Panduro. Proprio in quella Bolivia dove è presidente Evo Morales, di discendenza aymara e artefice della nuova Costituzione che ha reso la nazione andina uno Stato plurinazionale.

Dakota Access

Dakota Access

Mentre l’ondata socialista ha portato al riconoscimento delle etnie indigene sancendone gli idiomi come lingue ufficiali e riconoscendo i diritti fondamentali di queste ultime, una parte del continente non ha fatto ancora i conti con quelle che, stando agli ultimi censimenti, sono vere e proprie maggioranze. E’ il caso del Perù, dove vivono ben 10 529 comunità indigene. Nonostante il riconoscimento legale di queste tribù sia arrivato nel 1920, oltre quattromila di esse attendono ancora un documento ufficiale che attesti la proprietà della terra sulla quale vivono da secoli. Il duro lavoro di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, e delle organizzazioni indigene AIDESEP, ORPIO e ORAU ha permesso, recentemente, di vincere una battaglia contro la compagnia petrolifera canadese Pacific E&P che, dopo oltre quattro anni, ha rinunciato alle prospezioni petrolifere in un’area al confine con l’Amazzonia incontattata. Ad esultare sono soprattutto i Matsés (Mayoruna in quechua ovvero “gente dell’acqua”), una popolazione indigena stimata intorno ai 2 200 individui che vive al confine tra Perù e Brasile. In Brasile le tribù minacciate dai “progetti di sviluppo” sono tantissime. Nel novembre 2015 nello Stato di Minas Gerais il cedimento della diga Mariana lungo il Rio Doce ha prodotto effetti devastanti per la tribù dei Krenak. Tutti i depositi tossici e radioattivi della miniera soprastante la diga sono confluiti nel fiume rendendo non utilizzabile l’acqua che consentiva agli indigeni di abbeverarsi e trovare nutrimento dalla pesca.

Zone abitate dai Matsés

Zone abitate dai Matsés

Non da meno sono le proteste dei Mapuche (“la gente della terra”) in Cile e Argentina. Si stima che in Cile questa antica etnia indigena, stanziata principalmente nella Nona Regione (o Araucanía), rappresenti il 4% della popolazione. Da decenni i Mapuche richiedono il riconoscimento della loro lingua, il mapundungun, all’interno della Costituzione e una rappresentanza nelle camere elettive. La battaglia nella confinante Argentina è dovuta, invece, perlopiù alla lotta in difesa dei propri diritti sulle terre ancestrali minacciate dallo sviluppo e dalle costruzioni dello Stato oltre che dal fenomeno del land grabbing. All’inizio degli anni Novanta il colosso internazionale Benetton acquisì dalla compagnia Tierras De Sur Argentino 900 mila ettari di terreno nella zona patagonica abitata dai Mapuche, convertendoli in zona di pascolo per i capi di bestiame che forniscono la lana poi esportata in Europa. L’encomiabile resistenza di questo popolo si scontra con i soprusi del capitale interessato al solo profitto e insensibile alla deportazione forzata di questi indigeni colpevoli di amare ciò che gli viene sottratto e artefici di rioccupazione delle terre senza alcun episodio di violenza.