La crisi economica che attanaglia il mondo dal 2007 ha prodotto un risultato certo: la crescita esponenziale delle forze nazionaliste identitarie che punteggiano il vessillo stellato di una UE sempre in affanno. L’ennesimo capitolo di questa storia controversa è stato scritto ieri in Catalogna, la ridente comunità autonoma del Nord-Est della penisola iberica. Una regione, ad onor del vero, da sempre particolarmente accanita sulle questioni di indipendenza dal resto della Spagna poiché, dopotutto, fu un matrimonio nel Rinascimento ad unificare due regni da secoli distinti. Un po’ come Enrico IV che si prese Parigi dopo il beneplacito papale, solo formalità. L’identità nazionale è ben altra cosa rispetto al centralismo politico. È così che, dopo tre anni dall’ultima volta, la Catalogna ci riprova: il popolo delle province di Barcellona, Girona, Lleida e Tarragona è stato chiamato alle urne per nominare i propri rappresentanti presso il parlamento regionale catalano. Di sorprese non ce ne sono state granché, e forse le aspettative avevano addirittura superato i dati reali che si sono manifestati in seguito alla consultazione popolare. Junts pel Sì (Uniti per il Sì), il partito del governatore uscente, Arturo Mas, insolitamente candidato al fianco degli indipendentisti di sinistra del Cup hanno ottenuto 72 seggi su 135, superando così la quota di 68 per la maggioranza in parlamento, ma con un 47,8% delle preferenze, in realtà, non giunge neanche alla metà del totale dei consensi. Tra le notizie più degne di nota, probabilmente, c’è il crollo dei canonici partiti spagnoli, con i 3 punti percentuali persi dai socialisti del Psoe e addirittura i 5 lasciati per strada dal Partido Popular del premier spagnolo Mariano Rahoy, che sa decisamente di bocciatura. Ciutadanos (Cittadini) si conferma la seconda forza politica della regione, raccogliendo comunque meno della metà dei voti di JxSì. E adesso? Arturo Mas, presidente uscente e neo ri-eletto, avrà sicuramente maggiore potere contrattuale da portare sul tavolo delle trattative per una maggiore autonomia della regione, di per sé già molto elevata – non come succede da noi, il federalismo fiscale in Spagna è una realtà effettiva. Qualora le nuove richieste non saranno accettate, la promessa di Mas è quella di avviare le procedure di secessione unilaterale, ritrovandosi ad essere uno stato indipendente entro 18 mesi. Da ciò che traspare dagli esiti delle urne, però, forse non tutti vogliono ciò. Il catalano su due che a Tarragona vorrebbe staccarsi dalla Spagna diventa uno su tre a Barcellona, in quanto zona più ricca e quindi con un tornaconto economico più alto da dover salvaguardare.

Eppure, da quelle parti, quell’aria un po’ frizzante la si è sempre respirata: le bandiere gialle, rosse e blu per le strade, la voce registrata in metropolitana che, in catalano, annuncia la prossima stazione, le stesse università che tengono i corsi nella lingua locale anziché in castigliano. Alla regione più ricca del Paese, che rivendica un quinto del Prodotto Interno spagnolo, diviso su una popolazione di circa 7,5 milioni di abitanti, sta stretta quella redistribuzione statale che destina una percentuale troppo alta delle ricchezze prodotte sulla costa orientale della penisola iberica verso le regioni più povere. Ragioni culturali ma anche economiche vengono addotte alla causa secessionista che, tuttavia, produrrebbe dei risultati decisamente radicali dalle conseguenze incerte. Staccarsi da Madrid significa in un sol colpo fuori dall’Euro e dall’UE, con delle implicazioni di carattere economico e finanziario il cui effetto non è stato ancora testato in precedenza perché né la Scozia, né la Grecia, hanno costituito dei precedenti a riguardo. Sta di fatto che il sistema bancario potrebbe vacillare a causa del blocco delle liquidità e degli investimenti, facendo gongolare tutti quegli istituti di credito privati pronti a banchettare sulla carcassa di un paese che necessiterebbe di denaro. Ve la immaginate, per di più, una Liga senza Barcellona? La Federazione calcistica spagnola non prevede che squadre di altri stati prendano parte al campionato nazionale, salvo deroga speciale per Andorra. Al di là degli allarmismi circostanziali della comunità politica, posta per l’ennesima volta di fronte ad una imbarazzante conferma del fallimento dell’unionismo a vantaggio dell’autodeterminazione dei popoli, è suggestivo ed incoraggiante vedere ancora come nel Vecchio Continente ci siano costantemente segnali di attaccamento alla propria identità nazionale, prerogativa della salvaguardia di un insieme di valori culturali e storici di grande rilevanza. La vittoria del movimento indipendentista non è certo che preluda effettivamente alla secessione catalana, di certo rappresenta una sconfitta cocente per chi vuole cancellare confini e culture, con spregiudicato menefreghismo nei confronti dei propri retaggi nostrani. Forse non sono maturi i tempi per una reazione così radicale ad un’Europa insoddisfacente, per dei cittadini insoddisfatti. Forse, per il bene dell’economia catalana, non ce lo dovremmo neanche augurare. Ma la voce di quel cittadino di Tarragona, che fa il paio con quello di Barcellona che sì, ci crede, al grido di “In-de-pen-den-cia!”, va ascoltata, perché rappresenta la voce di tutti quegli europei che non si riconoscono in un governo che rigetta la sua storia millenaria.