Nonostante il leader turco sia ora impegnato sul fronte interno in vista del referendum popolare che confermi la riforma della Costituzione presentata in parlamento dal suo partito (Akp) il 19 dicembre scorso, non si può dire che Erdogan abbia trascurato la politica estera. Mentre ad al-Bab, in Siria, il suo esercito combatte cercando di non calpestare i piedi alle forze fedeli ad Assad – anch’esso alleato della Russia – per non lasciare un altro avamposto ai curdi che già si sono assicurati una buona porzione di territorio a nord della Siria, Erdogan continua a dialogare con un’Unione europea sempre più debilitata, ha visitato recentemente il Pakistan e questa settimana ha accolto il leader del Kurdistan iracheno Massoud Barzani. Perché fermarsi ora d’altronde, quando in occidente i riflettori sono puntati sulle elezioni francesi, la Brexit e Trump, e mentre i leader europei cercano di capire come reagire a questo nuovo fenomeno ormai noto come sovranismo.

Ieri durante la conferenza stampa tenuta a Kiev tra il ministro degli esteri turco Mevut Cavusoglu e il suo omologo ucraino Pavel Klimkin, il braccio destro di Erdogan ha confermato che tra il 9 e il 10 marzo il leader turco incontrerà Putin per poi dirigersi a Kiev nelle settimane seguenti, anche se non è ancora stata fissata una data precisa per l’incontro con Petro Poroshenko. In vista dei prossimi viaggi di Erdogan è opportuno ricordare che durante un incontro con il leader ucraino a margine della 71ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il presidente turco aveva detto che la Turchia intende continuare a sostenere Kiev nel ripristino della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, “sia nelle dimensioni bilaterali che multilaterali.” In particolare aveva sottolineato che la ripresa del dialogo con la Russia non avrebbe influito sulla posizione di Istanbul in merito alla “violazione dei diritti dei tatari di Crimea.”

Ma chi sono i tatari di Crimea? E’ una popolazione che si è stabilita in questa regione nel XIV secolo; infatti dal 1475 al 1775 la Crimea fu un khanato tataro indipendente che riconosceva formalmente la signoria ottomana. Un khanato è un territorio su cui governa un Khan, leader dell’Europa orientale o dell’Asia, di origine mongola, e dispersi a seguito del frazionamento del grande impero creato da Gengis Khan. Dopo la prima guerra russo-turca del 1768-1774 la penisola fu incorporata dalla Russia, che vi svilupperà la potente base navale di Sebastopoli, oggetto dei principali scontri tra francesi, inglesi e russi all’epoca della guerra di Crimea del 1854-1856. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Crimea fu occupata dai nazisti dall’ottobre del 1941 al maggio 1944 (a eccezione di Sebastopoli che resisterà fino al 1942). Alla fine della guerra, accusati di collaborazionismo, i tatari di Crimea, all’epoca circa 400mila persone, furono deportati in Siberia e in Uzbekistan. Al loro posto si stabilirono coloni ucraini e russi che rappresentavano rispettivamente il 25% e il 65% della popolazione della regione. A partire dal 1985 i tatari sono riusciti a far parlare di sé e a rivendicare apertamente il diritto di ritornare nella loro terra. Il governo locale si è opposto con tutte le sue forze per evitare il loro ritorno ma, nonostante ciò, in quegl’anni oltre 300mila tatari si sono ristabiliti nella loro antica patria.

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Guerrieri Tartari di Nij

Per non compromettere i rapporti con il leader ucraino Poroshenko e per continuare a fomentare il nazionalismo turco in vista del referendum popolare sulla riforma della Costituzione che si terrà in primavera, la quale di fatto, su modello francese, estende i poteri del presidente in chiave semipresidenzialistica, Erdogan potrebbe cogliere quest’occasione per fare buon uso dell’arte della diplomazia. Da una parte criticando il ruolo russo nel conflitto ucraino sia per scopi interni, sia per non creare tensioni con Kiev e per non scontentare ulteriormente Bruxelles, anche se oramai sembra che negli uffici dell’Ue guardino inermi alla deriva autoritaria della Turchia. Dall’altra non facendo nulla di pratico per mettere i bastoni tra le ruote a Vladimir Putin, che potrà accettare qualche dichiarazione “anti-russa” di Erdogan sapendo quanto Istanbul dipenda economicamente dall’Europa.

Nel frattempo in Ucraina i separatisti russi hanno espresso la volontà di sostituire – nei territori occupati a est del paese – la Grivna, moneta ufficiale dell’Ucraina, con il rublo. Ieri il Consiglio dei ministri dell’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk, infatti, ha già votato il decreto che conferma il rublo come moneta ufficiale. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto che questa decisione è stata presa per aiutare i cittadini che si trovano nelle zone controllate dai ribelli; dal Cremlino l’introduzione del rublo è considerata come una forma di aiuto umanitario necessario a rimettere in piedi l’economia della regione. La pensano diversamente a Kiev, dove si crede che Mosca si stia progressivamente allontanando dal progetto degli accordi di pace di Minsk.