Il pugno duro del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, schiaccia anche il primo ministro Ahmet Davutoglu. Il premier che dal 2014 guida anche l’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo fondato proprio da Erdogan, è da mesi ai ferri corti con la presidenza. Dopo giorni di tensioni e un colloquio a due durato per più di un’ora e mezza, nella mattina di ieri, l’annuncio che Davutoglu non correrà per la leadership del partito e lascerà il suo incarico da primo ministro. “Tornerò alla vita accademica. Dopo consultazioni con il nostro presidente e con le persone di cui mi fido, sono arrivato alla conclusione che un cambiamento nella posizione di leader del partito e di primo ministro è la cosa migliore”, ha detto il premier davanti a una platea di dirigenti dell’AKP. Una scelta che non è un fulmine a ciel sereno, ma che, anzi, è il risultato di mesi di tensioni tra Presidente e primo ministro. La scelta obbligata di Davutoglu, ex ministro degli esteri dei governi Erdogan e vero deus ex machina della politica neottomana della Turchia, riflette non solo le divergenze tra i due, ma è soprattutto sintomo della svolta presidenzialista impressa da Erdogan. Da quando è diventato presidente, l’ex sindaco di Istanbul, ha in mente solo la riforma della Costituzione, cosa che trasformerebbe il sistema da parlamentare a semi-presidenziale. L’eliminazione di Davutoglu è servita anche a questo.

La gestione del premier dei rapporti con l’Unione Europea e della crisi dei migranti, non è piaciuta al Sultano che non sarebbe stato addirittura consultato in merito ad alcuni incontri e accordi presi tra Turchia e Ue. L’atteggiamento troppo conciliante di Davutoglu verso le istituzioni europee avrebbe indispettito Erdogan. Un premier semi indipendente è un rischio per un uomo come Erdogan abituato a circondarsi di yes man. Inoltre, le capacità politiche e relazionali dell’ex ministro degli esteri potrebbero essere state interpretate dal presidente come un campanello d’allarme per il proprio futuro. Alle ultime elezioni, Davutoglu, aveva la possibilità di mettere all’angolo Erdogan. Dopo la repressione delle proteste di Gezi Park, la stretta sulla stampa e il supporto alle formazioni jihadiste in Siria, la posizione di Erdogan era tutt’altro che invidiabile. Il partito poteva puntare su quello che era il ministro degli esteri, per un’operazione cosmetica che forse non avrebbe cambiato la sostanza del potere in Turchia, ma che certamente, a livello di immagine internazionale, avrebbe avuto risvolti positivi. Ma Davutoglu ha preferito non rischiare, concedendo a Erdogan il ritorno in grande stile con la vittoria alle presidenziali, trascinando la Turchia in un vortice di paura e ricatto. Il protagonismo di Erdogan ha accentuato, però, le tensioni tra i due, portando il premier a prendere le distanze dalla retata contro gli accademici e a divergenze profonde sul trattamento della questione curda. Il Presidente è riuscito anche a mettere il partito contro il suo primo ministro, privandolo del potere di nomina dei dirigenti provinciali dell’AKP. Un vero e proprio segnale di sfiducia che dimostra il totale asservimento del partito ai capricci di Erdogan. Il prossimo obiettivo è la riforma costituzionale. Per farlo, il Sultano, ha bisogno di 366 voti, i 2/3 del Parlamento. Sulla carta all’AKP, che ad oggi occupa 317 seggi, ne mancano 49, una distanza però colmabile se il Presidente scegliesse di scendere a patti con altre formazioni politiche. Se non si riuscirà a raggiungere un accordo, le elezioni anticipate sono l’unica strada percorribile in un paese che è stato trasformato da Erdogan nel suo regno, dove può fare il bello e il cattivo tempo.

Bisogna capire chi andrà a prendere il posto dello sfortunato Davutoglu. I favoriti sono due fedelissimi del presidente: Numan Kurtulmus, vice primo ministro, e Bekir Bozdag, ministro della Giustizia. La decisione sarà presa durante il congresso dell’AKP del prossimo 22 maggio. Resta comunque da chiedersi quanto ancora potrà durare lo strapotere di Erdogan. La nuova strategia di liquidazione, che somiglia sempre di più a vere e proprie purghe, anche degli alleati rischia di mettere il Presidente in una posizione difficile. L’eventualità di un regime change, fino a poco tempo fa piuttosto improbabile, sembra sempre meno una fantasia dei commentatori. Erdogan ha trasformato il sistema politico e il paese cavalcando la paura e ricattando i suoi concittadini mettendoli di fronte a una scelta: o me o il caos. Chissà che i turchi non siano pronti per un “salto nel buio”.