Tra situazione mediorientale e crisi migratoria l’Occidente ha avuto modo di interfacciarsi con spiriti contrastanti verso uno dei principali attori che, da qualche decennio a questa parte, ha il piede in due scarpe, entrambe piuttosto scomode. La Turchia di Erdogan, tipicamente crocevia tra due mondi e due culture spesso non compatibili tra loro, riesce ad imporre con metodi tutt’altro che ortodossi la sua politica di vicinato. È risaputo che l’Anatolia, con un occhio sempre rivolto a Bruxelles ed un altro sempre vigile sulla situazione mediorientale, rappresenti un cliente scomodo in entrambi i contesti.

La lotta al fondamentalismo condotta da Putin vede Ankara interlocutore con il coltello dalla parte del manico per ciò che riguarda l’effetto collaterale della crisi bellica scaturita dalle barbarie compiute da Daesh, ossia un flusso di migranti senza precedenti verso l’Europa, che ha indotto alcuni leader occidentali, tra i quali Angela Merkel, a scendere a patti col Sultano. Una promessa pesante, quella della Frau, di mettere una buona parola a Bruxelles sulle discussioni che vedono la Turchia interlocutore privilegiato nelle trattative per l’ingresso nell’Unione Europea, a condizione che si controlli l’ondata di rifugiati che si muovono verso Occidente in cerca di asilo dalle ostilità in corso in Medio Oriente. Ma siamo davvero sicuri di voler contrattare con il governo turco? L’azione dimostrativa orchestrata dall’esercito turco che ha portato all’abbattimento del caccia russo Su-24 in prossimità del confine turco-siriano ha sollevato un polverone che faticherà a diradarsi, che sicuramente indigna un’opinione pubblica sempre più confusa, ma che pare non disgustare gli stomaci forti della burocrazia europea. Da decenni Ankara dimostra una forte ostilità verso un popolo, quello curdo, che a seguito della discesa in campo di Putin contro i ribelli islamisti, siano essi l’Isis o anti-Assad, potrebbero trarre un vantaggio politico e militare nei confronti della Turchia stessa. I nazionalismi, specie quelli esasperati – come pare sia questo il caso – non vanno mai sottovalutati. Come a dire: Erdogan non è pro-Isis, ma se ciò lo agevola nella distruzione dei curdi, si fa piacere anche dei barbari, perciò li finanzia e acquista il loro petrolio, noncurante delle gravissime ripercussioni che tale azione procura.

L’harakiri politico compiuto da Erdogan – non privo di ripercussioni economiche specialmente sul fronte delle relazioni economiche Turchia-Russia – deve mettere in evidenza una condizione su tutte: l’incompatibilità fisiologica del regime turco con i valori che (a fatica) tentano di mantenere in piedi il carrozzone europeo. Siamo quindi pronti, noi europei, ad accogliere nel nostro crogiolo di multiculturalismo, uno stato il cui governo persegue azioni di maltrattamento e potenziale sterminio nei confronti di un popolo tramite finanziamento di organizzazioni terroriste? Siamo convinti, noi europei, di integrare un Paese che inneggia al terrorismo islamista in uno stadio di calcio dopo che, sconvolti, ci cospargiamo il capo di cenere e intoniamo all’unisono la Marsigliese durante le manifestazioni sportive? Il problema non è l’Islam in sé, migliaia sono in Europa i cittadini musulmani che ben si sono adattati allo stile di vita e ai principi di casa nostra. Il problema è un regime dittatoriale con il quale noi liberali siamo pronti a scendere a compromessi mentre allontaniamo, per assurde logiche che non appartengono al Vecchio Continente, un Paese storicamente amico, culturalmente affine ed economicamente vantaggioso. Condurre all’esasperazione la questione di un’Europa aperta e multiculturale esaspererà noi stessi. La favola del multiculturalismo costruita a tavolino sta logorando lo spirito per il quale la stessa Unione è stata concepita: i valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Oggi, per difendere l’ostinazione di politiche errate e nocive, siamo pronti a chiuderci gli occhi dinnanzi a questi valori, perché la politica ce lo chiede, tralasciando il senso di civiltà e di giustizia che con tanta tenacia continuiamo ad ostentare.