Questo sabato l’ennesimo attentato ad Ankara: davanti lo stadio del Besiktas, due ore dopo la fine della partita, si sente un’esplosione e, subito dopo, un’altra nei pressi di Gezi Park, poco distante dal luogo dove si era fatto esplodere il primo attentatore suicida. Il bilancio delle vittime raggiunge i 44 morti, per la maggior parte poliziotti, presi di mira in quanto accusati di protrarre crimini contro la minoranza curda. Il giorno successivo all’attentato infatti, su diversi account twitter curdi, si festeggiava la morte di un poliziotto rimasto ucciso sabato perché colpevole di bruciare vivi (e ben noto alla minoranza per questo) i cittadini curdi una volta catturati. Qualche ora dopo il doppio attentato suicida è stato rivendicato dai Falchi per la liberazione del Kurdistan (Tak), gruppo estremista curdo nato da una costola del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan che Abdullah Öcalan aveva fondato negli anni ’70 e che – per la resistenza contro la repressione da parte del regime militare instaurato in Turchia il 12 settembre 1980 – acquisì da subito molta fama anche a livello internazionale. Basti pensare che anche in Italia il governo D’Alema si battè, inizialmente, contro l’estradizione del leader curdo verso la Turchia: da Mosca Öcalan giunse a Roma il 12 novembre 1998 accompagnato da Ramon Mantovani, deputato di Rifondazione Comunista. Il leader del Pkk si consegnò alla polizia italiana sperando di ottenere asilo politico, ma la minaccia di boicottaggio verso le aziende italiane da parte di quelle turche spinse il neo-formato governo D’Alema a ripensarci. Tornando al presente, Erdogan ha così la strada spianata per dare vita a un’altra rappresaglia. Parlando a una platea di poliziotti, prima di incitarli alla repressione, il presidente turco ha detto:

“Non esitate a usare i poteri e i diritti che la legge vi dà per combattere il terrorismo. Se mostrate misericordia a un tiranno, tradite gli oppressi. Non trattate mai con misericordia un tiranno.”

Eppure a noi occidentali sembra quasi che il leader ottomano stia parlando di se stesso, invece nient’affatto. L’obiettivo è quello di infervorare l’apparato di polizia turca. Anche perché la realtà dei fatti dimostra che l’obiettivo degli attentatori di Ankara fosse proprio un mezzo che trasportava agenti anti-sommossa, che in quel momento si stavano dirigendo verso lo stadio in vista del triplice fischio. Comincia subito la rappresaglia. Fra gli arrestati, almeno un centinaio sono membri dell’Hdp, uno dei principali partiti curdi accusato di sostenere e favorire il Pkk; tra le persone finite in manette, nonostante abbiano fermamente condannato l’attacco, ci sono anche i responsabili provinciali della formazione politica di Istanbul e Ankara. Anche il leader dell’Hdp Selahattin Demirtas, detenuto da un mese nel carcere di massima sicurezza di Edirne, ha condannato con forza l’attentato che è stato rivendicato dai Falchi del Tak. Condannato a ragion veduta. Perché la scia di attentati in Turchia non ha fatto altro che favorire Recep Tayyp Erdogan, che forte della paura dei cittadini gode di poteri eccezionali avendo annunciato lo stato di emergenza; questa situazione quindi è tutto fuorchè a vantaggio della minoranza curda che, in quanto accusata di terrorismo, può essere repressa senza troppe lamentele dalla comunità internazionale. Recep Tayyp Erdogan ha così la strada spianata per consolidare il suo potere di presidente della Repubblica turca. L’Akp, il partito filo-islamico al potere in Turchia dal 2002, il 9 dicembre ha presentato il proprio progetto di revisione costituzionale al Parlamento di Ankara. L’Akp sta cercando il sostegno dei partiti di opposizione per poter tenere, già in primavera, il referendum popolare confermativo sulla riforma della Costituzione, la quale di fatto, su modello francese, estende i poteri del presidente in chiave semipresidenzialistica. L’Akp ha già incassato il sostegno del principale partito di opposizione in Turchia, il Partito del Movimento Nazionalista (Mhp) guidato dal professore Devlet Bacheli.

Il nuovo progetto costituzionale, cha amplia i poteri del presidente, ha bisogno però di almeno 330 voti per spianare la strada a un referendum confermativo. L’Akp con 316 deputati, e il Mhp con 40, sostengono entrambi il disegno di legge. La bozza di riforma della Costituzione turca è stata presentata dal vice presidente del gruppo parlamentare dell’Akp Mustafa Elitas al presidente del Parlamento Ismail Kahraman con 316 firme. Il progetto di riforma prevede un aumento consistente dei poteri del presidente, che diventa l’unico leader dell’esecutivo in quanto verrà abolita la carica di primo ministro. Il presidente avrà due vice e nominerà direttamente i ministri. La riforma prevede che il presidente goda dell’autorità di emettere decreti su diritti personali e libertà fondamentali. Se approvata, la riforma entrerà in vigore nel 2019. Perché possa essere poi sottoposta a referendum la proposta dovrà ottenere almeno 330 voti sui 550 della Camera: il partito per la Giustizia e Sviluppo (Akp) di Erdogan insieme alla destra dell’Mhp può contare su 355 deputati. Cosa avranno ottenuto in cambio i nazionalisti dell’Mhp per il sostegno al progetto? Il partito Dhp della minoranza curda guidato da Selahattin Demirtas, arrestato recentemente insieme ad altri membri del partito con accuse – molto contestate – di coinvolgimento con attitività terroristiche del Pkk, è profondamente contrario a questa svolta autoritaria e si opporrà in ogni modo sia in Parlamento che nel paese a questo provvedimento che rischia di schiacciare i margini delle opposizioni. In Europa, però, tutto tace: fino a che Erdogan avrà 3 milioni e mezzo di migranti nel suo paese, siamo sotto ricatto.