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“Se son rose fioriranno.” A quanto par di capire però – e questa volta la stagione autunnale non ha colpe – il rapporto tra Europa e Turchia non è fiorito, anzi, continuando l’abuso di metafore floreali si potrebbe dire che la relazione che li lega sia più simile ad un rapporto parassitario. Intendiamoci, di due parassiti che si alimentano reciprocamente consapevoli dell’importanza dell’uno per l’altro. Erdogan tiene sotto scacco l’Unione europea da quando la scorsa estate fu firmato l’ormai noto accordo sui migranti, che garantiva ad Ankara il compenso di tre milioni di euro, poi raddoppiati, per tenere chiusi i cancelli verso l’Europa ai tre milioni e mezzo di migranti tutt’ora presenti in Turchia. Il rapporto tra Ue e la penisola anatolica non si è mai consolidato definitivamente, piuttosto ha vissuto continui alti e bassi (più i secondi). Nelle ultime settimane però, la situazione ha cominciato a virare significativamente. Verso dove, lo diremo tra poco. Il martedì della scorsa settimana il Parlamento europeo ha votato per interrompere il processo di adesione all’Unione da parte della Turchia. Perciò o, improvvisamente e con lieve ritardo, sono pervenute anche negli uffici dei funzionari Ue le notizie della deriva autoritaria di Erdogan a seguito del tentato golpe del 15 luglio o, più plausibilmente, l’Europa ha voluto mandare un messaggio ad un Paese, e al suo leader, che a Bruxelles sembrano sempre più incontrollabili e, conseguentemente, imprevedibili. Nonostante le dichiarazioni rilasciate dai funzionari europei diano spazio a un’unica argomentazione, ovvero alla repressione innescata dal leader turco dopo il tentativo di colpo di stato che ha portato all’incarcerazione di oltre 40.000 cittadini tra cui scrittori, funzionari pubblici, imprenditori – per non parlare della chiusura delle redazioni di giornali accusate di non essere filogovernative – i Paesi occidentali non sono preoccupati delle condizioni del popolo turco, piuttosto per la direzione che sta prendendo e potrebbe definitivamente intraprendere il governo di Ankara.

Video antecedente all’esito del voto del Parlamento Europeo

I Paesi dell’Unione europea tracheggiano con la Turchia dagli anni ’60, periodo in cui il Paese già voleva fortemente entrare a far parte del mondo occidentale e trarre i benefici che questo offriva. Durante la Guerra Fredda la Turchia è stata usata in chiave anti-URSS, poi lasciata a se stessa, fino a che nel 1987 non inoltrò la prima richiesta formale per entrare a far parte dell’Unione, che avrebbe poi dato il via alle prime trattative solo nel 2005. Erdogan, memore della storia turco-europea e consapevole dell’inconsistenza delle dichiarazioni di Bruxelles, non dimostra preoccupazione per la decisione arrivata martedì scorso, accolta da lui con queste parole:

“Il voto del Parlamento europeo non ha alcun valore”

Perché a differenza di un’Unione europea che sta cadendo in pezzi, il Paese del Sultano, mosso dalla spinta del nazionalismo da lui promosso, sta muovendosi da tempo in cerca di alternative in grado di concedere la stabilità economica necessaria ad Ankara. Solo l’altra settimana Erdogan lasciava il Pakistan, dopo due giorni di incontri con i più alti funzionari di Islamabad, dicendo: “La nostra relazione diventerà parte di un progetto ancor più strategico”. Dopo aver fatto entrare il Pakistan nel Gruppo dei Fornitori Nucleari, il leader turco recentemente ha stretto con ancor più vigore il filo che lega l’istruzione turca a quella pakistana: entro la fine del mese infatti i due governi hanno promesso lo smantellamento di tutti quegl’istituti, sotto l’egida di Islamabad, che promuovono la dottrina gulenista, indicata da Erdogan come la benzina che ha incendiato gli animi portando al tentativo di golpe di quest’estate. Anche in Siria Erdogan sembra non aver più redini, o che quantomeno queste si siano allentate.

Nè io nè questa nazione diamo importanza a minacce vuote

La smania di evitare che i curdi si approfittino della liberazione delle città siriane e irachene per insediarvisi e il desiderio ottomano di espandere il dominio turco in Mesopotamia sta facendo agire Erdogan sempre più indipendentemente dagli alleati americani ed europei, preoccupando questi ultimi, che invece vedevano nella Turchia la porta di accesso per il Medio Oriente, o quantomeno un possibile interprete. Ma il Paese non ha mai consegnato effettivamente le chiavi in mano all’Occidente, né tantomeno spalancato la porta, piuttosto ha lasciato aperto uno spiraglio che, ad ogni evenienza, è stato a volte socchiuso, a volte leggermente aperto. Erdogan, nelle dichiarazioni rilasciate questa settimana e diffuse dall’agenzia di stampa Anadolu, ha citato il neo-eletto presidente Donald Trump, probabilmente sperando di riscuotere una sorta di successo popolare paragonando le accuse mosse nei suoi confronti a quelle mosse verso il presidente americano durante la campagna elettorale – “Trump è stato spesso indicato come dittatore” – ma tra il magnate americano e il sanguinario e autoritario leader turco non sono accettabili paragoni. Il leader di Ankara ha concluso la scia di commenti in risposta al voto, non vincolante, del Parlamento europeo sul congelamento dei negoziati di adesione all’Ue criticando la “mancanza di supporto” da parte dell’Unione europea e invitando i paesi islamici a

“unire le forze contro il sistema dei doppi-standard adottati dall’Occidente”

Fuor da ogni logica razionale, ha poi espresso il desiderio della Turchia di “riuscire a far deporre Assad”, indicato dal leader ottomano come un “tiranno senza pietà”, con l’obiettivo di riportare la “giustizia” in Siria. Ci mancava solo Recep Tayyp Erdogan ambasciatore di pace. Come ha ricordato qualche giorno fa Alberto Negri, Ankara ha 23 basi della Nato con armi nucleari tattiche. Forse è ora che l’Occidente e l’Unione europea decidano che tipo di rapporto instaurare con il Paese di Erdogan, perché finora è stato vergognosamente ambiguo, di una snervante doppiezza, e ha toccato troppo spesso gli apici del grottesco.