Il numero delle vittime dell’attentato di sabato scorso avvenuto ad Ankara è salito a 106 vittime. Se valutassimo la vita umana da un punto di vista prettamente quantitativo, potremmo considerare questo evento come un attentato grave ma molto simile ad altri attentati kamikaze. Se invece provassimo a interpretarla qualitativamente, allora la situazione prenderebbe una piega ancor più tragica: se ogni vita ha un valore essenziale basterebbe anche un solo decesso per rendere tale evento una tragedia. Ciò che poi peggiora ulteriormente la situazione è l’oscura figura del presidente Erdogan, la quale merita di essere messa sotto i riflettori al fine di fare luce sulle sue infinite ambiguità. Per smascherare Erdogan bisogna però analizzare la vicenda dal principio, dal giorno appena successivo all’attentato. La scena è la seguente: Erdogan, vestito di tutto punto, porta sul luogo dove era avvenuto poche ore prima l’attentato un mazzo di fiori in segno di cordoglio. Testa bassa, viso provato, aria sofferente. Un presidente che ama la propria gente! Oppure un bravissimo attore, il vero protagonista di questa scena e forse di tutto il film.

Successivamente arriva la notizia tanto attesa: gli attentatori sono collegati all’Is. Si scopre addirittura che uno dei due kamikaze è il fratello di uno degli attentatori di Suruç. Tutto sembra risolto eppure, nella sua perversa mente, il tiranno Erdogan continua ad architettare, a plasmare un nuovo piano per riuscire ad ottenere il massimo beneficio dalla morte dei propri concittadini. Perché non creare anche un coinvolgimento del Pkk? Spostando i sospetti anche sui curdi il partito di Erdogan potrebbe guadagnare moltissimi voti in vista delle elezioni presidenziali. Ma come fare? La strada è in salita, non ci sono prove contro il Pkk mentre contro l’Is ce ne sono e sono schiaccianti. Come sempre accade in questi casi, ecco giungere in supporto del potere centrale la magistratura. Da una parte, il governo ha imposto il silenzio informativo sulla vicenda di Ankara sia sui media che sui social, dall’altra la magistratura ha imposto il divieto assoluto di pubblicazione di notizie sulle indagini. Il bando dalla sesta Corte Penale di Ankara recita così:” è vietato ogni tipo di notizia, rapporto, critica e simili riguardo il contenuto del caso fino alla conclusione delle indagini”.

Inoltre i possibili effetti di tale bando non si esauriscono con una semplice censura giornalistica. Come denuncia l’ordine degli avvocati di Ankara, potrebbe avere delle derive molto più inquietanti:” Il giorno successivo all’attentato, l’11 ottobre, un magistrato ha chiesto ed ottenuto di limitare il diritto di accedere alle prove raccolte agli stessi avvocati e alle parti civili. Come avvocati abbiamo saputo di questa ordinanza dalla stampa, non ci è stato nemmeno comunicato”. Perciò, in base al bando della magistratura citato precedentemente, gli avvocati delle vittime e delle parti civili che hanno chiesto di visionare i rapporti della scientifica e le autopsie, si sono visti letteralmente “sbattere la porta in faccia”. I risvolti di questa strategia, messa in atto dal governo centrale in combutta con la magistratura, sono palesi: insabbiare la verità o addirittura alterarla, per dare agevolmente la colpa al Pkk. Non solo, in questo modo il governo turco riuscirà per l’ennesima volta a distogliere l’attenzione dai veri carnefici, dall’Is finanziata dallo stesso Erdogan che, a dirla tutta, ha avuto una incredibile facilità nel portare a termine l’attentato, senza che la temibile polizia turca provasse a sventarlo. Ci troviamo davanti ad uno dei più grandi insabbiamenti degli ultimi anni, un’alterazione della verità degna delle migliori teorie complottiste. La polizia da settembre ha arrestato ben 37 giornalisti con una puntualità disarmante ma non è riuscita ad impedire nemmeno uno dei violenti attentati che hanno colpito negli ultimi mesi la Turchia. Ad ogni attentato, Erdogan porta mestamente un mazzo di fiori sulla scena del crimine. Fiori intrisi del sangue dei suoi stessi fratelli.