di Guido Dell’Omo

Quarantamila. Questo il numero delle vittime da quando, nel 1984, è cominciato il conflitto tra lo stato turco e il PKK , il partito dei lavoratori curdi. All’inizio del suo mandato, nel 2003, Recep Tayyip Erdogan si era distinto come primo leader in grado di ridurre le tensioni tra il popolo turco e quello curdo, essendo stato il primo a garantire diritti politici alla minoranza curda, che costituisce il 15% della popolazione del paese. Le ostilità si sono riaccese lo scorso luglio, quando più di 100 tra soldati e poliziotti sono stati uccisi da membri del PKK, spingendo così il governo turco a stabilire 100 zone militari lungo il confine a sud-est della Turchia. Per capire le ragioni dello stato belligerante tra i due popoli – neanche il tempo di sperare nell’accordo che sembrava essere stato raggiunto tra il leader del PKK Abdullah Ocalan e il presidente della Turchia – bisogna citare i recenti avvenimenti che stanno spingendo questi ultimi alla guerra.

Per quanto riguarda la Turchia, è giusto cominciare col dire che il paese ha da pochi mesi concluso un’elezione generale di non poca importanza: a giugno il popolo turco ha negato una quarta maggioranza parlamentare consecutiva al partito di Erdogan, il partito per la giustizia e lo sviluppo, constringendolo così a convocare nuove elezioni per novembre e ad abbandonare la sua idea di una supermaggioranza in grado di renderlo un dittatore a tutti gli effetti. Tutto questo si inserisce in una cornice costituita da una parte dall’indebolita e fragile economia turca, e dall’altra dai continui tentativi del presidente Erdogan di garantirsi sempre maggiori poteri costituzionali. I militanti curdi sono stati invece spinti all’esasperazione dalla continua reticenza di Erdogan nell’affrontare le milizie dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) operante in Siria. Nonostante l’esercito dell’ISIS alle porte del paese, il leader di Ankara ha sempre dimostrato di temere maggiormente i curdi siriani.

Il presidente turco con sogni di monocratismo ha continuato la sua guerra contro i curdi beffando il mondo intero e tutta l’Ue, anche attraverso la “concessione” della base aerea di Incirlik agli U.S. Qual è allora l’obiettivo di Erdogan? Quello di usare come clava propagandistica l’odio verso la minoranza curda per cercare di ingraziarsi la fascia più nazionalista del paese. Questo lo ha spinto alla decisione estrema di inserire nella lista dei gruppi terroristici anche il partito di opposizione che rappresenta i curdi (HDP), che alle ultime elezioni era riuscito a superare la soglia di sbarramento avendo raggiunto consensi record pari al 13%.Erdogan sta riuscendo nel suo intento di svolgere due guerre contemporaneamente preservando la facciata di paese in guerra contro lo stato islamico, e gli stati europei senza batter ciglio glielo permettono. Il leader del partito per la giustizia e lo sviluppo dovrebbe invece trovare un compromesso con i curdi, che per noi occidentali sono di primaria importanza costituendo essi la colonna portante della lotta contro l’estremismo islamico.

L’Europa, come al solito, si è dimostrata essere un’ attrice minore nel palcoscenico internazionale: quando Recep Tayyip Erdogan ha ordinato bombardamenti contro i militanti curdi a sud-est del paese prima, e nel nord dell’Iraq poi, quando ha dimostrato di supportare l’estremismo islamico cercando non solo di evitare qualsiasi attacco contro l’ISIS ma anzi foraggiandolo e appoggiandolo in più occasioni, quando è stata aperta una investigazione contro Selahattin Demirtas, leader dell’ HDP, con accuse più che dubbiose come quella di aver umiliato il popolo turco, ecco, allora l’Europa sarebbe dovuta intervenire. E’ vero che è giusto tenere vicini gli amici, e ancora più vicini i nemici, ma in questo caso sono stati totalmente trascurati i primi. Il coraggioso popolo curdo si sarebbe meritato e tutt’ora si meriterebbe tutto l’appoggio possibile dai paesi occidentali, soprattutto se tiene da conto che sta combattendo una guerra – quella contro l’estremismo islamico – che è anche la nostra: siamo i primi ad esserne minacciati e, come non bastasse, è stata causata da noi occidentali.