Dividi et impera: una massima latina, sempre attuale ed anzi mai così attuale come nel mondo dominato dal sistema voluto dagli americani dopo la seconda guerra mondiale. Un motto questo, che in medio oriente sta facendo la fortuna di Israele, lo stato sionista che riesce ancora oggi a fare il bello ed il cattivo tempo su una terra che va dal Mediterraneo al Golfo, grazie alle divisioni che riesce ad instaurare tanto tra i colonizzati palestinesi, quanto nel mondo arabo in generale. L’ultima mossa è quella di trattare con i ‘rivali’ di Hamas; la fazione palestinese, non certo esente da corruzione e sospetti negli anni passati, è sempre stata considerata come il nemico perfetto di Israele, etichettata dai media tradizionali come quell’attore politico in grado, da solo, di far fermare il processo di pace. Per la verità Hamas ha assunto questo ruolo da circa un decennio: fino al 2004, il nemico perfetto era Yasser Arafat, anche se a sua volta 10 anni prima era l’interlocutore perfetto con cui si stringevano le mani e si siglavano gli accordi di Oslo (andare a capire la lunatica storia mediorientale è sempre complicato), poi dopo la morte sospetta per avvelenamento, il nemico è stato trovato in Hamas.

Nel biennio 2004 – 2006 sembrava che qualcosa si stesse muovendo per la pace: con l’ascesa di Abu Mazen, ben visto allora da Tel Aviv e da Washington e considerato moderato, e con la mossa di Sharon di togliere il disturbo da Gaza abbattendo le colonie, nulla si frapponeva per un accordo di pace almeno provvisorio. Poi, a proposito della storia lunatica del medio oriente, è cambiato tutto nel giro di appena un mese, guarda caso: a fine dicembre 2005 Ariel Sharon cade in coma profondo e non ha potuto più continuare l’azione di governo, a gennaio 2006 ecco entrare a gamba tesa Hamas nell’azione amministrativa palestinese, scalzando Al Fatah dal governo dell’ANP grazie ad un’incredibile ed inaspettata vittoria (con percentuali intorno al 63%) alle elezioni interne ai territori occupati.
E così, il nuovo governo di Tel Aviv si è costruito un altro alibi perfetto: niente trattative con i palestinesi, in quanto al governo vi è Hamas. L’organizzazione, nata negli anni 80 sulle ceneri dell’intifada del 1987, ha seguito però un andamento diverso rispetto ai movimenti della prima grande rivolta araba del dopoguerra: mentre infatti il popolo palestinese aveva creato una vasta organizzazione di ispirazione laica, stroncata poi dalla repressione israeliana, l’unico movimento ad uscire rafforzato è Hamas, di orientamento islamista ed affiliato alla famiglia dei Fratelli Musulmani. In molti hanno sempre sospettato che Hamas abbia ricevuto all’epoca più di una spinta da alcuni settori della governance israeliana; l’obiettivo era quello, riuscito in pieno, di dividere politica ed opinione pubblica palestinese.

Da allora la divisione tra i laici di Al Fatah e gli islamisti di Hamas, i quali durante la seconda intifada sarebbero stati mandanti di numerosi attentati kamikaze in Israele, è stata una costante della vita palestinese. Dopo la vittoria di Hamas nel 2006, tale divergenza è sfociata in guerra civile per il controllo della Striscia di Gaza nel 2007 e da lì è partita la creazione di due centri di potere palestinesi: Gaza da un lato, governata da Hamas, la Cisgiordania dall’altro, con al governo Al Fatah.
La permanenza di Hamas a Gaza, ha fatto spesso da molla per aizzare nuove incursioni sulla Striscia, come nel 2008 ed appena pochi mesi fa, in cui sono decedute 2.200 persone a causa di bombardamenti israeliani dovuti alla ritorsione per l’uccisione di tre ragazzi ebrei ad Hebron, per la quale però mai è stato provato il coinvolgimento di Hamas.
In mezzo a questo marasma, nel 2014 Hamas ed Al Fatah hanno creato un governo di unità nazionale; gli interessi in tal senso, erano più di natura opportunistica che relativi al benessere del martoriato popolo palestinese. Adesso però, l’ennesimo rovesciamento di fronte: Hamas tratterebbe con Israele e Tel Aviv dunque scavalcherebbe l’ANP per parlare con chi considerava assoluti nemici fino a pochi mesi fa. Scavalcare Abu Mazen e la riconosciuta (da Tel Aviv) autorità nazionale palestinese, vuol dire fare uno sgarbo la cui conseguenza è quella di far irritare il governo di Ramallah e dunque congelare nuovamente altri possibili potenziali negoziati.

Della trattativa, non certo alla luce del sole, tra Israele ed Hamas ne parlano da Doha ma anche dall’Egitto; molta stampa egiziana in tal senso, parla anche dei dettagli: cinque anni di tregua, in cambio di aiuti umanitari e non ingerenza nella ricostruzione di Gaza. Flussi di denaro dal Qatar, non a caso presunto primo sponsor della trattativa, sono pronti ad essere riversati su una Striscia ancora ridotta in macerie per i bombardamenti degli scorsi mesi, il nocciolo della questione verte probabilmente sull’affaire della ricostruzione. Le prime implicite conferme della trattativa, già sono verificabili sul campo: l’Egitto ha riaperto il valico di Rafah, Israele ha risposto con piccole incursioni a lanci di missili dalla Striscia, mentre già ci si aspettava un altro bombardamento deleterio. Questa trattativa ha avuto come primo effetto quello di far cadere il governo di unità nazionale palestinese; Abu Mazen ha sciolto l’esecutivo, anche se dall’ANP fanno sapere dell’intenzione di formare una nuova squadra ancora una volta con Hamas. Ma al di là del governo, il fatto stesso che Tel Aviv contratti con Hamas e scavalchi le autorità palestinesi, è gesto di provocazione così come anche di reale mancanza volontà di instaurare seri dialoghi.
L’obiettivo rimane quello di frantumare l’unità palestinese, rendere questo martoriato popolo sempre più diviso e quindi ancora più colonizzato. La mossa israeliana non mancherà di aver ripercussioni anche su vasta scala mediorientale; saranno molto decisive in tal senso le prossime ore.