Le immagini del corpo senza vita di Aylan Kurdi, il bimbo di tre anni annegato in mare e rinvenuto in una spiaggia turca, hanno fatto il giro del mondo generando sdegno e orrore. Aylan è morto assieme al fratellino di cinque anni Galip e alla mamma, mentre il suo papà Abdullah è sopravvissuto ed ha preso la dura decisione di ritornare a casa propria per seppellire i suoi cari, a Kobani. Proprio così, perché la famiglia di Aylan era fuggita dalla città curda in seguito ai ripetuti assalti dell’ISIS, agevolati da un coinvolgimento della Turchia oramai dimostrato in più occasioni e che a breve riprenderemo. Una Turchia che non vuole una regione autonoma curda in Siria, come dichiarato dallo stesso Erdogan tempo addietro1; una Turchia che ha attivamente contribuito ad armare i jihadisti in Siria e che ora pensa di disfarsi dei profughi curdi spendendoli in Europa. Una vera e propria pulizia etnica sotto gli occhi indifferenti dell’occidente.

Gian Micalessin ha ben espresso il concetto sulla propria pagina Facebook e in poche righe:

“Davanti a quel bimbo morto pietà e commozione, ma non sensi di colpa. I suoi boia non siamo noi, ma la Turchia di Erdogan che dopo aver fomentato la guerra in Siria e armato il terrorismo jihadista approfitta dell’inettitudine dell’Europa per sbarazzarsi di 2 milioni di profughi diventati scomodi ed ingombranti. E basta con gli utili idioti del buonismo militante pronti a dimenticare le colpe di Ankara e a sfruttare queste immagini per giustificare un’accoglienza senza regole”. La Turchia non si può e non si deve toccare, perché membro della NATO, perché un alleato degli USA in Medio Oriente, almeno teoricamente, visto che Erdogan ha rifiutato di concedere le basi ai jet della Coalizione per attaccare le postazioni dell’ISIS e quando le ha aperte ne ha subito approfittato per far bombardare le postazioni dell’YPG e del PKK. L’ISIS è infatti per Ankrara un ottimo strumento che permette da una parte di colpire i curdi e dall’altra di fungere da “scusante” per un eventuale intervento in territorio siriano.

Una dubbia “Coalizione”

Invece le responsabilità ci sono eccome. Da un lato c’è una “Coalizione” che a parte tanti slogan, dichiarazioni e qualche timido attacco a qualche postazione, non ha fatto granchè per sconfiggere l’ISIS, tant’è che i jihadisti continuano a fare il bello e il cattivo tempo, come dimostrano i recenti avvenimenti a Palmyra e a Sirte, tanto per citarne un paio. Vi è poi un’Occidente che parla di accoglienza ma che non ha alcuna intenzione di attivarsi per fermare la guerra. E’ stato illuminante Kinan Masalmeh, un bimbo siriano che ai microfoni di al-Jazeera in Ungheria ha detto “Fermate la guerra e noi non veniamo”.2 Ha ragione. Perché si parla di accoglienza indiscriminata ma nessuno pensa di porre fine a una tragedia che va ormai avanti da anni? Per quale motivo si fa finta di non vedere chi sono i veri responsabili? Per mesi diversi siti e giornali hanno messo in luce il contributo di Ankara per i jihadisti: dai carichi di armi provenienti dalla Turchia e scortati dal MIT verso la Siria ai molti jihadisti dell’ISIS che vengono curati in ospedali turchi nelle zone di Hatay e Gazantiep (non a caso gran parte delle roccaforti dell’ISIS sono proprio localizzate vicino il confine con la Turchia).

Tempo addietro anche l’Intellettuale Dissidente aveva reso noti alcuni fatti tra cui:

1- L’allarme lanciato da Muharrem Ince, deputato dell’CHP, che aveva chiesto spiegazioni in seguito a una foto nella quale appariva un capo dell’Isis, Abu Muhammad, mentre veniva curato in un ospedale di Hatay.

2- Le dichiarazioni del co-presidente del PYD, Salih Muslim, secondo cui Kobane era stata assediata su tre lati mentre a nord c’era il confine turco. L’unica via d’accesso dalla Turchia a Kobane era dunque un ponte. Centinaia di membri dell’Isis erano giunti con armi pesanti nell’area alle spalle di dove si trovavano i miliziani curdi, quindi, o erano arrivati direttamente dalla Turchia oppure erano andati e rientrati dal territorio turco. Non ci sarebbe altra strada secondo il co-presidente del PYD; la faccenda è ancora tutta da chiarire.

3- La condivisione di documenti da parte di Bulent Tezcan, esponente del CHP, su presunte prove del coinvolgimento dell’intelligence turca nell’armamento dei jihadisti, in seguito ad alcune retate di camion pieni di armi, diretti in Siria. 3

Il dott. Gumer Isaev, ricercatore dell’Università di San Pietroburgo ed esperto di Medio Oriente, ha illustrato come la Russia tema che il reale obbiettivo dei raid turco-americani non sia combattere l’Isis, ma rovesciare Assad. In secondo luogo ci sono informazioni che arrivano dal campo di battaglia, che non sono a favore dell’esercito siriano, costretto a cedere sempre più terreno ai jihadisti”. 4

Il traffico di reperti archeologici

Uno strano intervento quello della Coalizione, che non sembra avere effetti significativi su un che ISIS continua a guadagnare terreno; nel frattempo i curdi scappano dalle proprie zone. E pensare che giunge proprio oggi la notizia che il governo di Ankara ha prolungato di un anno il mandato per poter operare militarmente in Siria e per far transitare le truppe della Coalizione sul proprio territorio; mandato che sarebbe altrimenti scaduto ad ottobre. 5 Vanno invece a gonfie vele gli affari dello Stato Islamico per quanto riguarda il commercio illegale di reperti archeologici razziati tra Siria e Iraq, secondo soltanto a quello del petrolio. Una conferma indiretta della crescita del mercato nero di reperti antichi arriva dagli Stati Uniti. Le importazioni americane di antichità provenienti dal Medio Oriente sono aumentate vertiginosamente tra il 2011 e il 2013. Secondo i dati forniti dalla US International Trade Commission in soli tre anni le importazioni da Egitto, Iraq, Libano, Siria e Turchia sono aumentate dell’86%, passando da un valore di 51,1 milioni di dollari a 95,1 milioni di dollari. 6  L’Unesco ha poi reso noto che i furti di reperti avverrebbero addirittura su commissione, come quello del mosaico romano ad Apamea, nella Siria occidentale: è stato staccato con i bulldozer e poi probabilmente fatto arrivare nei ricchi Paesi del Golfo Persico, dove gli sceicchi sembrano particolarmente interessati ad appropriarsi di antichità d’arte. 7 Insomma, petrolio, reperti archeologici, traffico di armi ed anche di clandestini, quest’ultimo che renderebbe addirittura più della droga, Buzzi docet. 8