La lunga corsa alle nomination per le elezioni presidenziali USA del 2016 riserva ogni giorno nuovi colpi di scena; è stato positivo per la salute della sedicente “migliore democrazia del mondo” che tanto tra i democratici quanto tra i repubblicani siano numerosi i contendenti decisi a presentarsi quali candidati per la Casa Bianca. È stata scongiurata in anticipo la possibilità di assistere a plebiscitare vittorie dei rappresentanti delle “dinastie” tradizionali, rispettivamente Hillary Clinton e Jeb Bush: la concorrenza, per l’ex First Lady e l’ex governatore della Florida, è nutrita e agguerrita, e un loro successo non è più scontato. Bush deve confrontarsi con le diverse anime del Grand Old Party, e ad avversari che interagiscono con i potenziali elettori e gli avversari in maniera differente: dall’istrionico Donald Trump a Marco Rubio, passando per Ted Cruz e Carly Fiorina, la lotta alla nomination sarà per i repubblicani in primis decisa dalla capacità dei concorrenti di accaparrarsi il sostegno delle tradizionali roccaforti del partito, cosa capita da Donald Trump che sta facendo di tutto per accaparrarsi i voti degli stati del Sud e della Bible Belt.

Se tra i democratici il numero di candidati è minore, la corsa sarà probabilmente ancora più avvincente: la corsa a tre che si profila vedrà affrontarsi politici con visioni della politica, dell’economia e, soprattutto, del ruolo dell’America nel mondo molti diversi. Così come nettamente separati tra loro sono i sostenitori di ciascuna candidatura; Joe Biden, il vicepresidente uscente, rappresenta la continuità con l’amministrazione Obama; Hillary Clinton, questo è noto, appare decisamente più vicina alle posizioni neocon, schierata con le lobby sioniste e favorevole a un’ulteriore iniezione di neoliberismo; infine, Bernie Sanders incarna una personale visione della politica, che appare decisamente originale e potrebbe portare una ventata di aria fresca alla Casa Bianca, che ne ha disperato bisogno.

La figura di Sanders e la sua pluridecennale attività politica, scarsamente curate dai media italiani, meritano un’approfondita analisi. Autodefinitosi “socialista democratico”, il quasi 74enne Sanders è cresciuto alla scuola del movimento per i diritti civili: nel 1963 partecipò alla storica marcia su Washington, guidata da Martin Luther King che nella capitale pronunciò lo storico discorso del “I have a dream!”. Sindaco di Burlington, la più popolosa cittadina del Vermont, è stato poi eletto senatore per lo stesso Stato, celebre per le sue foreste e per esser stato, curiosa anticipazione del suo futuro rappresentate, il primo a avviare il cammino per l’abolizione della schiavitù. Da senatore, Sanders ha sempre rappresentato un punto di riferimento stabile per i democratici più progressisti, coloro che anche nel turbine della crisi pensavano fosse un errore distanziarsi dalle istanze della popolazione guardarono con favore alle sue azioni come membro di diverse commissioni; in particolare, ha fatto parlare di sé quando ha dichiarato di essere un convinto sostenitore della Modern Money Theroy (MMT). Della teoria ideata da Warren Mosler, diffusasi da anni anche in Italia grazie al lungimirante e illuminato lavoro del giornalista freelance Paolo Barnard, Sanders ha apprezzato in particolar modo la possibilità che essa offre di gettare uno sguardo diverso sulle questioni economiche, promulgando programmi di piena occupazione, di sostegno ai risparmi privati come forma di ricchezza della nazione e di supporto alla produzione per fini interni al fine di costruire un sistema alternativo a quello vigente, travolto dal susseguirsi delle crisi. E proprio l’applicazione di politiche filo-MMT rientra tra i cavalli di battaglia di Sanders per la sua attuale campagna per la nomination.

Nel suo programma per il 2016, Bernie Sanders applica tutta la sua cinquantennale esperienza sociale e politica, offrendo un compendio di vero progressismo, dichiarando come primo principio chiave la necessità di rimediare alla sproporzione enorme venutasi a creare tra i redditi dei cittadini USA; egli inoltre promette di creare le premesse per offrire “posti di lavoro dignitosi e sicuri” ai milioni di disoccupati, di moralizzare la politica e la corsa alle cariche politiche rendendo ostico l’accesso dei lobbisti che perennemente influenzano il regolare corso delle votazioni con i loro interessi di parte e ininterrotti flussi di denaro. Per i diritti civili, Sanders si appella alla “giustizia interrazziale”, riconoscendo una piaga nazionale i reiterati casi di violenza operata dalle forze di sicurezza nei confronti di cittadini afroamericani. Elencata per ultima sul sito ufficiale della campagna elettorale è la volontà di riformare nientemeno che Wall Street. Sanders propone di operare direttamente alla radice, introducendo misure volte a scardinare il sistema retto dagli istituti bancari e dai fondi di investimento “troppo grandi per fallire” che, di fatto, tengono sotto scacco l’intera economia e la finanza USA, recedendo dalla linea di deregulation, sui cui catastrofici rischi Sanders aveva avvertito già anni prima dall’inizio della crisi. Dalla summa delle proposte di questo esperto candidato, appare finalmente qualcosa di nuovo; Sanders incarna un nuovo tipo di America. Essa non è l’America sbruffona, idealista e avvolta nell’aura romantica di regolatrice dei destini del mondo vissuta nella mente degli ultimi presidenti ma un grande paese che necessita di numerose correzioni interne, di migliorie e progresso per poter continuare a essere un attore di primo piano sulla scena mondiale. Non vi sono accenni a raid aerei, coalizioni multinazionali, interventi militari o politiche estere aggressive, nel manifesto di Sanders: il Barack Obama che mostra i muscoli al fine di rafforzare il fronte interno non è funzionale agli interessi degli USA. Con le sue proposte Sanders pone il suo paese di fronte alla grande sfida di guardare dentro sé stesso e le sue contraddizioni, mette i suoi cittadini dinnanzi alla necessità di darsi da fare per rendere il paese degno del suo soprannome di “Land of opportunities”.