Continua senza tregua la corsa verso le presidenziali americane che avranno luogo l’ 8 novembre 2016. Intanto i partiti si scaldano in vista del primo e vero voto delle primarie, che avverrà fra tre settimane (I Caucus in Iowa). Secondo i sondaggi condotti da Bloomberg Politics pare che il repubblicano Donald Trump sia sempre il favorito, ma vi sia un lieve scarto con l’eterno rivale Ted Cruz (latino americano ed appetibile ad un elettorato “sudista”) e segnatamente: un 28% di consensi per il senatore del Texas ed il 24% per il magnate, che rimane in netto vantaggio nel New Hampshire, con un 30% di intenzioni di voto. Se infatti, i candidati repubblicani cercano di avanzare e sconfiggere il front runner per antonomasia Trump (vedi Ben Carson, Marco Rubio, ed il “rampollo” Jeb Bush); il partito democratico gode di ottimi attriti tra la leader in carica, nonché ex first lady, Hillary Clinton, la cui campagna elettorale è incentrata unicamente sulle famigerate riforme relative alla tutela delle minoranze e dei più deboli, le attestazioni di sfiducia nei confronti del Presidente (come da tradizione) da una parte, e l’atteggiamento anti-conformista di Bernie Sanders, ufficialmente la controparte meno “conservatrice” del partito e senatore del Vermont, cui secondo Policy Polling spetta il 26% di consensi contro il 59% di preferenze concesse alla donna che vuole definitivamente prendere una rivincita contro Obama in memoria delle presidenziali del 2008. Per contro, solo un 7% di consensi per l’ex governatore Martin O’ Malley. Ma a determinare le sorti della corsa alla Casa Bianca dei molteplici candidati (più uomini che donne), non è la famosa dicotomia Repubblicani vs Democratici (ennesima costruzione liberal-democratica), bensì l’uso comune di argomentazioni retoriche e troppo spesso frutto di comportamenti ossimorici.

Dinamiche competitive e accuse reciproche

Se volessimo tracciare le coordinate cronologiche relative alla nascita degli stili argomentativi e nella fattispecie apodittici (dimostrativi), persuasivi e retorici al contempo, puntualmente impiegati dai leader di partito durante le campagne elettorali; dovremmo risalire al sistema retorico di aristotelica memoria. Confutare gli argomenti del “contendente” attraverso argomentazioni che abbiano il medesimo contenuto e che facciano leva sulla “Doxa” (letteralmente: “opinione comune”, ma sostanzialmente costruzione sociale) rappresenta uno degli escamotage della comunicazione politica metastoricizzata. Ebbene, ancora una volta i candidati alla Casa Bianca non perdono occasione per mostrare al “resto del mondo” come dibattere e soprattutto quali siano le caratteristiche del front runner, che per l’appunto attesta la sua competenza comunicativa ricorrendo ad una dinamica verbale (e non solo) piuttosto contingente ed ancorata al contesto storico – politico – sociale in loco. Espressione ossimorica dei comportamenti persuasivi sono egregiamente rappresentati dal registro retoricamente impeccabile di Donald Trump, candidato repubblicano in corsa verso le presidenziali americane da una parte, e dall’eterna rivale, nonché ex first lady Hillary Clinton. Ma quali sono questi argomenti? Il magnate fascinoso ha recentemente utilizzato strategie esclusiviste nei confronti della giovane donna musulmana Rose Hamid, che manifestando pacificamente e silenziosamente durante un comizio a Rock Hill, presieduto da M. Trump, ha offeso i principi di ordine e messa in scena del leader conservatore.

Ma non solo, pare che il “padre del mattone” stia delegittimando la rivale Hillary ricorrendo alle politiche familiari poligamiche del consorte e all’ennesima disputa sullo “ius soli” nei confronti del contendente Ted Cruz, colpevole di essere di origine cubana e di madre statunitense. Il ricorso ai natali, all’integrità familiare, al perbenismo conformista tipicamente ultra – conservatore sono, infatti, gli argomenti maggiormente sostenuti dall’uomo di potere che presto “diverrà presidente”. Una comunicazione politica contingente e calibrata sul destinatario (opera di veri esperti di marketing elettorale), che non lascia nulla al caso, e che in un simile clima di “scontri tra civiltà” non può non legittimarsi ricorrendo a stereotipi e qualunquismi di ogni sorta. Se Hillary Clinton definisce Trump come “il maggiore reclutatore dell’Isis” dal canto suo, Trump accusa il marito e rievoca episodi grotteschi, ma supera se stesso quando invoca (dopo il caso Obama) i natali di Cruz. Simmetrie conversazionali ed argomentazioni comuni istituiscono il nuovo linguaggio politichese trumpiano assimilabile per certi versi a stili tipicamente nostrani “democratici” (a detta loro) che per l’appunto in maniera più che proporzionale evocano stereotipi di fratellanza e sorellanza al momento giusto. Poco importa, infatti, se la campagna di Hillary Clinton un tempo fosse sostenuta dal magnate Trump, adesso ciò che conta è la corsa verso la Casa Bianca attraverso utili ossimori e politiche di consenso procedurali. La nuova frontiera del Marketing elettorale.