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Le prossime elezioni tedesche confermeranno quanto già annunciato da decenni di politica germanica: vincerà comunque il granitico sistema della partitocrazia. Non c’è movimento populista che spazzi via le antiche istituzioni dei partiti tedeschi. E del resto, va detto, perché dovrebbe esserci? Angela Merkel ha creato un impero, magari più debole di quello che si pensa, ma ha comunque guidato la Germania in un processo di cambiamento e di crescita che l’ha resa non solo la locomotiva d’Europa, ma anche il Paese leader dell’Unione Europea e una potenza in grado di essere considerata alla pari di alcune superpotenze mondiali soltanto attraverso il proprio peso economico. Movimenti di protesta esistono, è chiaro, ma restano tutti incanalati nella partitocrazia e non sfociano in grandi movimenti euroscettici o radicali. L’opposizione dei socialdemocratici di Schulz è vivace, ma sostanzialmente innocua, e talmente legata agli ordini di Bruxelles da non capire in cosa possa davvero rivoluzionare la politica di Berlino. L’Alternative fur Deutschland non sembra in grado di poter contare granché, almeno per ora, nel parlamento tedesco ed è del tutto evidente che non potrà esprimere un proprio cancelliere. Ci sono poi i Verdi, forza importante in Germania ma prima di un bacino elettorale enorme. E c’è poi tutta una galassia di sinistra radicale in cui primeggia Linke e un mosaico liberale che possono raggiungere tranquillamente l’8%. Per ora i sondaggi riguardanti le elezioni tedesche sono chiari: Cdu di Angela Merkel stabilmente oltre il 35%, Spd di Schulz intorno al 25%, AfD a cavallo del 10% e gli altri bene o male tutti tra il 7 e l’8%. In questo preciso momento, tutto sembra essere estremamente razionale, monolitico e quasi atarassico rispetto ai venti populisti e radicali che hanno spazzato l’Europa. Eppure, le crepe del sistema cominciano a percepirsi. E qualcosa potrebbe presto cambiare. Perché c’e’ un’altra Germania, rispetto a quella del voto. Ed è una Germania che non è quella di oggi, ma quella con cui dovrà fare i conti il prossimo cancelliere nel suo mandato o forse anche quello successivo. Ed è un Paese che non né quello conservatore, né quello socialdemocratico, ma un Paese-ombra che potrebbe presto venire alla luce. Innanzitutto, numerosi analisti temono che la Germania possa essere coinvolta da una nuova e turbolenta crisi finanziaria. Tre i motivi: Pil in calo, Brexit e North Stream 2. La Germania di Angela Merkel sta frenando, complice la congiuntura economica, la perdita di mercati e l’incapacità dei Paesi che importano dalla Germania di crescere per far aumentare la domanda.

elezioni tedesche

I saldi “target2” dell’eurozona mostrano chiaramente che a fronte di un aumento esponenziale delle esportazioni tedesche, i Paesi periferici dell’UE si stanno indebitando sempre di più, mortificando così la domanda interna. Chi acquisterà in futuro l’eccesso di produzione?

L’intervento nel mercato di potenze asiatiche come la Cina e la Corea del Sud non aiuta i mercati tedeschi e le importazioni sono aumentate rispetto alle esportazioni. Il Pil, nel frattempo, diminuisce le stime di crescita del secondo trimestre verso un misero 0.6%. Poco per i ritmi germanici. A questo si aggiunge Brexit, che potrebbe far volare via dalle casse di Berlino miliardi di euro per colmare il vuoto lasciato dalla perdita dei fondi britannici nel patrimonio dell’Ue. Si parla addirittura di nove miliardi di euro che potrebbero essere chiesti ai contribuenti tedeschi nei prossimi anni, e questa scelta potrebbe ledere le certezze dell’elettorato della Cdu. Certezze legate anche all’enorme investimento legato al referendum costituzionale turco, che avrebbe fornito di gas russo la Germania, trasformandola nell’hub degli idrocarburi di Mosca e che le sanzioni degli Stati Uniti hanno bloccato. Senza quei miliardi, la Germania si troverà non solo priva di un fondamentale approvvigionamento energetico garantito dal Cremlino, ma anche scevra d’investimenti molto importanti sia a livello finanziario che occupazionale. A questi problemi economici, si legano poi i problemi legati al tessuto sociale tedesco, che è in crisi rispetto agli anni scorsi. L’enorme flusso di immigrati ha creato delle sacche di malcontento nella popolazione che non solo foraggiano i partiti contrari all’arrivo di milioni di persone, ma che costituiscono anche gravi problemi di ordine pubblico. Il sistema dell’integrazione germanica sta fallendo, e gli attentati terroristici così come le violenze degli immigrati e le reazioni altrettanto violente dei movimenti xenofobi, sono un campanello d’allarme da non sottovalutare. La Germania non è il paradiso dell’accoglienza mostrato da Angela Merkel, ma una finzione che potrebbe durare molto poco e su cui soffiano venti dall’Oriente molto pericolosi, capaci di influire sulle prossime elezioni tedesche.

I frequenti contrasti sociali, quale questo scontro tra polizia tedesca ed immigrati, testimoniano l’alto livello di tensione cui è sottoposta la nazione tedesca

Questi venti da est fanno in particolare capo ad Erdogan, che ha da tempo iniziato una personale guerra contro la Germania e contro i Paesi del Nord Europa. Nelle ultime settimane, il sultano turco ha chiesto ai propri “sudditi” residenti in Germania (milioni di persone) di non votare Cdu, Spd e Verdi. Una scelta non difficile da comprendere quella di Erdogan, che in questo modo riesce ad assumere un peso politico anche all’interno dei partiti tedeschi. In Germania vi sono molti turchi pronti ad appoggiare Erdogan e l’Akp, prova ne è stata il referendum costituzionale turco di questa primavera, quando milioni di emigrati in Germania hanno votato a favore della riforma che avrebbe consegnato la Turchia completamente nelle mani del raìs. La strategia di Erdogan è chiara. Da una parte, vuole solo screditare i maggiori partiti tedeschi che da tempo hanno smesso di considerarlo un interlocutore per l’Europa, ma anche colpire i Verdi del turco-tedesco Cem Ozdemir, definito dal ministro degli Esteri turco un “servo degli armeni”. Dall’altra parte, la sua logica è quella di fare in modo che i turchi si spostino su altri partiti in occasione delle elezioni tedesche, magari sperando nella nascita di movimenti filoturchi che si candidino al Bundestag o alle amministrazioni locali quando sarà il momento. Partiti che non avrebbero un peso ora, sul momento, ma che si proietterebbero nei prossimi decenni, quando l’evoluzione demografica turca sarà ben differente da quella di oggi, e l’elettorato non sarà più composto dalle stesse persone. In Olanda, Denk è servito proprio a questo: creare un partito votato dai turchi che riuscisse anche a ottenere due parlamentari, con lo scopo di fornire una testa di ponte della Turchia e della Fratellanza Musulmana nel potere legislativo dei Paesi Bassi. Strategia più complessa in terra tedesca, ma la base elettorale c’è ed è molto forte.