Le elezioni generali cilene hanno portato diverse novità nella politica del Paese sudamericano sfiorando lo stravolgimento totale della situazione verificatasi dalla fine della dittatura del generale Augusto Pinochet. Il vento liberista degli ultimi anni ha inciso anche qui e l’ex presidente Sebastián Piñera ha vinto il primo turno delle presidenziali con il 36.6% dei voti, un po’ meno di quanto gli attribuissero i sondaggi e decisamente lontano dal 50% che gli avrebbe consentito di evitare il secondo turno previsto per il 17 dicembre. La partecipazione al voto è stata del 46.1%, segno che la maggioranza dei 14.3 milioni di aventi diritto ha preferito ancora una volta l’astensione.

Sebastián Piñera

Sebastián Piñera

Il dato è, comunque, di gran lunga superiore alle amministrative dello scorso anno quando solo il 34.6% si recò alle urne. Proprio le amministrative, che precedono di un anno le elezioni presidenziali, sono solite far evincere in anticipo i risultati attesi per l’assegnazione dei seggi nei due rami del Parlamento, per i Consigli Regionali oltre che per Palacio de La Moneda (Palazzo della Zecca). La vittoria a Valparaiso, secondo porto della nazione, del Frente Amplio, nuovo soggetto a sinistra della coalizione di Governo uscente, aveva decretato la nascita ufficiale di un terzo polo in grado di dire la sua alla pari delle storiche coalizioni di centrodestra e centrosinistra.

L’ulteriore frammentazione della Nueva Mayoría (Nuova Maggioranza), che non avendo svolto le primarie in estate è arrivata al voto con due diversi candidati alla presidenza, ha favorito l’assottigliarsi delle distanze tra progressisti e sinistra. Al termine dello scrutinio il candidato sostenuto da socialisti, radicali e comunisti, Alejandro Guillier, l’ha spuntata sulla leader del Fa Beatriz Sánchez per poche migliaia di voti conquistando il 22.7% contro il 20.3% della sfidante.

Alejandro Guillier, candidato indipendente ed ex giornalista televisivo oltre che senatore uscente sostenuto da socialisti, radicali e comunisti

Alejandro Guillier, candidato indipendente ed ex giornalista televisivo oltre che senatore uscente sostenuto da socialisti, radicali e comunisti

Solamente quinta la candidata della Democrazia Cristiana, parte integrante della maggioranza uscente, Carolina Gioic, fermatasi al 5.9% delle preferenze. Davanti all’enorme divisione di questo primo turno, al quale hanno preso parte ben otto candidati alla presidenza, le alleanze in vista del ballottaggio peseranno notevolmente. Se Piñera ha già ottenuto l’endorsement di José Antonio Kast, candidato ultraconservatore sostenuto dalla formazione Por Todo Chile, spetterà all’ex giornalista televisivo Guillier il compito più gravoso dato che tutti gli altri candidati sono annoverabili in movimenti di sinistra estrema. Se, infatti, la Gioic si è affrettata ad annunciare ufficialmente la ricomposizione della coalizione di centrosinistra appare più complicato convincere il Fa ad un accordo proprio con coloro che hanno lungamente contestato durante l’ultimo mandato su questioni chiave quali la riforma delle pensioni e la gratuità del sistema scolastico. A sua volta a Piñera potrebbe non bastare il, pur sorprendente, 7.9% di Kast qualora si ricomponesse la frattura a sinistra ed è per questo che l’imprenditore multimilionario ha già parlato di sé come di un candidato moderato presidente di tutti i cileni, tentando di attrarre proprio i voti democristiani qualora si verificasse un’alleanza tra Guillier e la Sánchez.

In voti assoluti lo svantaggio di Guillier è di poco superiore alle ottocentomila preferenze ma con la possibilità di attingere a più apparentamenti. In netto calo, come nella competizione di quattro anni fa, è l’ex deputato socialista Marco Enríquez-Ominami. Il leader populista del Partido Progresista si è fermato al 5.6%, la metà dell’11% raccolto nel 2013 e appena un quarto del 20.1% preso da outsider alle presidenziali del 2009 (poi vinte al ballottaggio da Piñera). Del tutto impossibile sembra un’alleanza tra il sessantaquattrenne Guillier e i due candidati dell’ultra sinistra Alejandro Navarro, cinquantottenne senatore indipendente vicino al bolivarismo venezuelano sostenuto da Pais, e Eduardo Artés, sessantaseienne maestro elementare candidato per Unión Patriótica, sia per le forti divergenze programmatiche che per lo scarso risultato dei due che si son divisi appena l’1% dei voti.

Michelle Bachelet, presidentessa uscente che, nel suo secondo mandato, ha deluso i suoi sostenitori progressisti mantenendo una politica economica neoliberista, schierandosi contro il Venezuela bolivariano e non modificando la Costituzione risalente agli anni della dittatura militare

Michelle Bachelet, presidentessa uscente che, nel suo secondo mandato, ha deluso i suoi sostenitori progressisti mantenendo una politica economica neoliberista, schierandosi contro il Venezuela bolivariano e non modificando la Costituzione risalente agli anni della dittatura militare

Se appare chiara la vittoria della coalizione di centrodestra Chile Vamos – formata dal Partito di Rinnovamento Nazionale (Rn), il Partito Regionalista Indipendente (Pri) e l’Unione Democratica Indipendente (Udi) – in tutte e quindici le regioni per la formazione dei nuovi consigli regionali, molto più frastagliato sarà, invece, il nuovo Parlamento. La coalizione di Piñera ha ottenuto la maggioranza relativa con 72 deputati e 19 senatori ai quali si aggiungeranno il deputato e il senatore eletti dal partito di Kast, numeri inferiori alla maggioranza necessaria per governare considerando che con la nuova legge elettorale appena entrata in vigore il numero di seggi è salito a 155 per la Camera (in precedenza erano 120) e 50 per il Senato (dove in precedenza erano 38).

La ricomposizione della Nm farebbe della coalizione di Guillier la prima forza di opposizione alla Camera (quarantatré eletti ai quali aggiungere i quattordici della Gioic) e addirittura la maggioranza relativa al Senato (quattordici ai quali aggiungere i sei democristiani). Gli oltre venti giorni che ci attendono fino al voto per il secondo turno saranno determinanti per saldare alleanze elettorali e programmatiche che potrebbero fare del Cile per la prima volta un laboratorio per la sinistra in caso di alleanza tra Guillier e la Sánchez o, viceversa, confermare l’ascesa che sembrano avere gli imprenditori di successo sulla nuova classe media latinoamericana come avvenuto anche in Argentina con Mauricio Macri. Una classe media venutasi a formare, paradossalmente, negli anni di governo della sinistra ma che ora punta in alto sognando ben oltre l’abbattimento di povertà, disoccupazione e ampliamento del sistema sociale statale.