Inutile nasconderlo, il pericolo maggiore per gli europeisti non era il Brexit in sé, ma quel pericoloso gioco di reazione catena, il cosiddetto “effetto domino”, che avrebbe inevitabilmente colpito i Paesi dell’Unione Europea. In effetti, nonostante la volontà mediatica di oscurare ogni reazione passionale al Brexit e nonostante la voglia di tacciare quel referendum di giugno come la vittoria di vecchi provinciali ignoranti, sembra che il problema sia tutt’altro che remoto, anzi, comincia a diventare sempre più pressante. Dopo solo tre mesi dal referendum che ha rivoluzionato l’idea dell’Unione Europea, cominciano a vedersi sempre di più le crepe di una struttura debole, ammuffita, invecchiata, senza vigore né fondamenta solide su cui potersi reggere. Il campanello d’allarme per Bruxelles lo lancia uno Stato piccolo, da più di trent’anni nell’Unione Europea, silenzioso ma profondamente certo delle proprie prerogative all’interno dell’Europa: la Danimarca. Movimentato dal Partito del Popolo danese, e sostenuto da un terreno fertile fatto di immigrazione incontrollata e rapporti poco idilliaci con l’integrazione europea, il piccolo Stato nordeuropeo oggi non è più così certo di voler rimanere nell’Unione.

Secondo i dati di un recente sondaggio (fatto cadere nell’oblio mediatico di tutta l’Europa occidentale), circa il 40% dei danesi vorrebbe un referendum sulla permanenza in Europa, mentre un buon 55% si dice pronto a votare in favore dell’uscita dall’Unione Europea. Insomma, dati non proprio rosei per un’Europa che ancora si lecca le ferite da un’estate decisamente turbolenta. Dopo la volontà sancita dal popolo inglese, dopo che gli Stati dell’Est Europa cominciano a pressare per ottenere maggiori prerogative a scapito dell’integrazione continentale, ecco che anche la Danimarca sembra mettere in dubbio la sa permanenza nel gioco (o nel giogo) di Bruxelles. E non è casuale. La Danimarca infatti è culturalmente e geograficamente affine a quell’area scandinava che dell’Europa ha sempre avuto un’idea molto scettica, se non addirittura contraria. Pressata dal gigante di sotto, la Germania di Frau Merkel, costretta a subire le rotte dei migranti che dal centro dell’Europa la attraversano per giungere in Norvegia e Svezia, sofferente per le sanzioni alla Russia che stanno minando la fragile economia danese, oggi la Danimarca sembra voler seriamente prendere in considerazione non tanto l’uscita diretta dall’Unione, ma un ripensamento degli equilibri che potrebbe presto trasformarsi nel preludio di una nuova uscita di scena dal teatrino burocratico dell’Europa.

Non è una novità che da un po’ di tempo le politiche europee inizino a risultare strette a Copenaghen, e i suoi cittadini hanno effettivamente dato seguito a questo sentimento. Soltanto nell’inverso passato, il referendum danese sulla maggiore cooperazione europea in tema di giustizia e di sicurezza interna vide il fronte del “no”, quello euroscettico, imporsi sul voto europeista. A votare fu il 72% degli aventi diritto, un numero molto importante che fa capire, visto il tema, quanto sia sentito dal popolo danese il problema Europa. E quanto soprattutto sentano l’esigenza, trasversale a molti partiti, di dover rimodulare l’appartenenza all’unione continentale. In tutto questo, è interessante constatare come questa volta a voler uscire dall’Europa non sia né un popolo mediterraneo oppresso dall’austerity, né un popolo storicamente indipendentista come è stato per secoli quello del Regno Unito. È qui che l’Europa deve interrogarsi. Perché un popolo tranquillo, tendenzialmente non euroscettico e con una struttura statale ed economica solida, ha deciso ultimamente di rivedere la propria essenza europea? Evidentemente perché una ricetta velenosa, che venga data a un povero o a un ricco, a un affamato o a un benestante, sempre velenosa resta. L’Europa di oggi è come un ristorante che serve piatti avvelenati. Il problema è che bisognerà decidere se il ristorante vorrà cambiare chef, vorrà chiudere, oppure aspettare che i clienti rimangano tutti avvelenati. Per ora, sembra che i clienti stiano decidendo di andarsene. Uno alla volta, in silenzio, ma costanti. Il cosiddetto “effetto domino”.