Un mare di sabbia, un vasto orizzonte di dune del deserto che sembra ‘sbattere’ contro un’antica città già scoperta dai romani e da sempre crocevia tra l’Africa che si adagia verso il Mediterraneo e le culture più profonde del continente nero; tutto questo è Ghat, il luogo dove due italiani hanno trovato da vivere in questi anni, ma dove da qualche giorno sono rinchiusi all’interno di un pericoloso rapimento i cui autori non sono stati al momento individuati.

Bruno Cacace e Danilo Calonego, sono due impiegati di una ditta che si occupa della manutenzione dell’aeroporto di Ghat, uno dei più importanti del Sahara e non c’è da sorprendersi visto che durante l’era Gheddafi la città è stata vocata al turismo: panorami meravigliosi, paesaggi mozzafiato visibili dal vicino massiccio del Tassili n’Ajjer, un centro abitato che racchiude testimonianze storiche importanti dei tanti popoli che da queste parti hanno messo piede, Ghat dai primi anni duemila e fino alla guerra civile libica non a caso ha attratto diversi turisti sia dall’Africa che dal resto del mondo. Gli italiani da queste parti non sono proprio sconosciuti; non solo gli antichi romani l’hanno chiamata Rapsa due millenni fa, ma in epoche più recenti i militari della spedizione coloniale di Giolitti hanno dovuto sudare parecchio per annetterla al resto del paese, tanto da dover costruire un grande fortino sopra la città che ancora oggi è possibile ammirare come altra meta turistica.

Il ruolo di Ghat come ponte tra Sahel, Sahara e Mediterraneo, è forte anche in epoca moderna; da queste parti, è partita l’esplorazione del tedesco Erwin von Bary alla ricerca di Timbuctu, scovata nell’attuale Mali pochi anni prima ma di cui si avevano ancora notizie frammentarie. Ed ancora oggi, il ruolo di Ghat è importante nel bene e nel male: questa città nel profondo sud libico, è il primo approdo nel paese nordafricano sfruttato dai trafficanti di esseri umani che dalla Nigeria, dal Mali e dal Niger si dirigono verso le coste del Mediterraneo attraversando tutto il Fezzan e la città di Sebha. Ma non solo: molti jihadisti in fuga da Sirte, cercano rifugio nel sud della Libia e la vicinanza di Ghat con i confini algerini, nigerini e maliani fa sì che molti si dirigano proprio verso questa regione. Del resto, non è un mistero che l’ISIS ha intenzione di organizzarsi nel deserto libico dopo aver perso la città natale di Gheddafi; pochi giorni fa, diverse intelligence hanno lanciato l’allarme, poi utilizzato dal governo di Al Serraj per chiedere maggiore apporto della comunità internazionale. Anche perché in queste regioni sperdute e non più controllate dopo la caduta del rais, è molto più facile entrare in contatto con i gruppi jihadisti ed estremisti che da anni operano nell’Azawad (regione a maggioranza Tuareg nel nord del Mali, dove sorge Timbuctu) e che già nel 2012 erano riusciti a formare un autoproclamato califfato.

E’ in questo contesto che i nostri connazionali sono stati rapiti, ragion per cui il timore che a portarli via non siano stati comuni criminali è fondato ed è tenuto in considerazione dalla Farnesina. Attualmente Ghat, a livello ufficiale, è controllata dal governo di Tripoli voluto dall’ONU; in realtà però, qui sono i Tuareg ad avere un effettivo controllo essendo maggioranza nella città ed essendo questo centro uno dei loro più importanti avamposti culturali e storici. Le autorità centrali sono deboli dopo la caduta di Gheddafi, per cui le infiltrazioni di comuni bande di criminali, di trafficanti e di jihadisti sono potute avvenire con molta più facilità. Pur tuttavia, la sicurezza da queste parti è sembrata dal 2011 in poi più garantita rispetto ad altre aree del paese; per questo il rapimento dei nostri connazionali a Ghat fa temere un’escalation anche nel sud più profondo della Libia, lì dove si incrociano confini (e destini) di altri importanti paesi africani.