“Gli intensi attacchi aerei russi, che colpiscono soprattutto le truppe di opposizione in Siria, stanno minando gli sforzi per trovare una soluzione politica al conflitto”: lo ha dichiarato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg al suo arrivo alla riunione dei ministri della Difesa ad Amsterdam. Ma la risposta del Cremlino è stata immediata. Per mezzo del suo portavoce Dmitri Peskov, Vladimir Putin ha respinto le accuse secondo cui i negoziati sulla Siria iniziati a Ginevra sarebbero stati sospesi a causa del sostegno della Russia al governo di Damasco e alle sue forze armate. “Penso che questa opinione sia incorretta, non possiamo condividerla – ha dichiarato – siamo consapevoli che il processo negoziale non sarà facile e breve, ma speriamo che continuerà in un modo o nell’altro”.

Ora tutti scaricano il barile mentre sul terreno la guerra continua quotidianamente: la treguanon viene rispettata da nessuna delle fazioni in campo. La verità invece è che i colloqui in Svizzera non favorivano l’opposizione sostenuta dalla diplomazia americano-saudita, ma il presidente siriano Bashar Al Assad, tutelato invece dalla diplomazia russo-iraniana, che di fatto non viene menzionato dalla risoluzione di pace. È questo il motivo principale per il quale alla fine della fiera gli incontri sono stati sospesi temporaneamente. E nonostante l’inviato della Nazioni Unite Staffan De Mistura avesse nominato “capo negoziatore di pace” il tedesco Volker Perthes, una personalità tutt’altro che super partes, alla fine la scelta di far saltare il tavolo permette alle potenze straniere che chiedono l’uscita di scena di Assad di trovare un’alternativa presentabile al jihadista Mohamed Alloush, membro dell’ufficio politico di Jaish al Islam, gruppo armato di matrice salafita, che avrebbe dovuto parlare a nome dell’opposizione siriana.

Inoltre, dopo i falsi proclami sulla lotta al terrorismo del segretario di Stato Usa John Kerry in visita a Roma, è evidente come gli americani vorrebbero che in Siria nessuno uscisse vincitore. Ma di fronte ai successi dell’esercito regolare supportato dall’aviazione russa, in particolare ad Aleppo, il rinvio dei colloqui a Ginevra ha permesso di riequilibrare la situazione grazie alla conferenza degli “Amici della Siria” svoltasi di recente a Londra durante la quale sono stati offerti 10 miliardi di dollari per il soccorso di profughi e sfollati di nazionalità siriana. Un’iniziativa tutt’altro che filantropica. Il collettivo nasce proprio all’inizio del 2012 negli Stati Uniti in risposta al veto di Russia e Cina a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che condannava la Siria. Da allora i maggiori sponsor dei ribelli anti-governativi si sono riuniti annualmente a Doha, Istanbul, Parigi e ora nella capitale inglese. Sono gli stessi incendiari, ora travestiti da benefattori, che l’altro giorno si sono riuniti alla Farnesina per il vertice ministeriale del cosiddetto “Small Group”, volto ad organizzare una strategia per lottare contro il terrorismo. Ma a Londra come a Roma il ritornello è sempre lo stesso: invece di combattere Daesh si pensa a come sconfiggere Bashar Al Assad che a differenza degli “Amici della Siria” è in prima linea da cinque anni, insieme ai miliziani sciiti di Hezbollah, contro gli uomini del Califfato. La beneficenza è l’arma più forte, soprattutto se usata a scopo politico.

Articolo pubblicato in esclusiva su Gli Occhi della guerra