Il 31 Agosto si è concluso il processo di impeachment per la Presidente brasiliana Dilma Rousseff, con la conferma della destituzione dalla carica che ricopriva. Si è conclusa dunque l’offensiva lanciata quasi un anno fa, con il colpo basso ben assestato al Partito dei Lavoratori da parte degli ormai ex alleati di governo del PMDB (Movimento Democratico Brasiliano), i più liberali e centristi tra la coalizione. L’offensiva iniziò ad inizio Dicembre 2015 quando il leader del Movimento e Presidente della Camera dei Deputati, Eduardo Cunha, accolse la richiesta di impeachment per Dilma Rousseff, accusata di aver truccato i bilanci dello stato utilizzando ingenti somme delle banche statali. Il secondo passo non poteva che essere l’attacco alla vera anima del PT: Lula da Silva. A Marzo 2016 venne accusato di non aver dichiarato la proprietà di un immobile di lusso a Guarujà, litorale di San Paolo, che gli sarebbe stato regalato come tangente dal colosso industriale brasiliano PetroBras per i soldi pubblici che Lula avrebbe drenato in suo favore. Sebbene Lula smentì tutto e le prove contro di lui erano veramente poche e fragili, ciò fu un duro colpo per l’immagine del partito, che già da tempo non veniva visto di buon occhio neanche da sinistra (Socialismo e Libertà su tutti) per la sua sempre maggiore convergenza al centro e le sue politiche ritenute sempre più conservatrici e sempre meno coraggiose (ad esempio l’interruzione della politica sociale Borsa Famiglia).

Il PT era dunque schiacciato tra l’incudine del malcontento dei suoi sostenitori e il martello sempre più grande delle brame esterne, che nella destra liberista vedono rappresentati i propri interessi di latifondisti e avvoltoi della finanza. Tra i sostenitori del PT due sono le categorie che iniziarono ad allontanarsi: da un lato il ceto medio, che vide le proprie aspettative disattese ed iniziò a convergere verso movimenti più centristi e liberisti, dall’altro la base proletaria e povera del partito, che si sentiva sempre meno rappresentata e sempre più tradita dalla coalizione del governo Rousseff. In questo scenario quasi apocalittico il destino del governo sembrava segnato. Il 12 Maggio 2016 la Presidente venne sospesa per 180 giorni per l’avvio del procedimento di impeachment e il vice-presidente Michel Temer, braccio destro di Cunha e tra i maggiori esponenti del Movimento Democratico, assunse il suo ruolo. Il 31 Agosto si è votato due volte: prima per la destituzione di Dilma Rousseff dalla carica di Presidente del Brasile, poi per la sua ineleggibilità per otto anni, che probabilmente avrebbe significato la fine della sua carriera politica dato che tra otto anni ne avrà 75. La prima votazione è andata a buon fine per l’opposizione nonostante le accuse fondate praticamente sul nulla, mentre la seconda no e la Rousseff potrà ricandidarsi nel 2018.

Ora ha assunto ufficialmente la carica di Presidente del Brasile Michel Temer, con l’appoggio e il beneplacito delle destra liberista del Partito Socialdemocratico Brasiliano capitanato dallo sconfitto delle ultime elezioni Aecio Neves. Per il Brasile questo è un passaggio di consegna: non è più la medio-bassa borghesia ad essere il ceto più rappresentato dal governo, ma è l’alta borghesia, quella che predilige la rendita finanziaria all’economia reale, il latifondo alla piccola impresa. Dunque fino al 2018, anno delle prossime elezioni, si assisterà a politiche di privatizzazioni, tagli e liberalizzazioni ben più forti e imponenti di quelle attuate recentemente dal PT. Dilma Rousseff accusa il colpo ed inizia a riorganizzarsi, pensando a Lula da Silva come futuro candidato al suo posto per il suo carisma e il suo apprezzamento tra i ceti più bassi della popolazione. In questi due anni venga fatto però un esame di coscienza sulle cause della perdita di consensi del PT e sulla natura con la quale vorrà presentarsi alle elezioni. Intanto c’è da sperare che il cambio rotta in Argentina e in Brasile e la crisi in Venezuela (e prossimamente in Bolivia) non buttino all’aria decenni di integrazione latinoamericana che, assieme ai BRICS, l’Unione Economica Eurasiatica e l’ASEAN, stanno guidando il cammino verso un mondo multipolare.