Ci sono un francese, un tedesco, un italiano e uno spagnolo… no, non è l’inizio di una barzelletta, ma la realtà della riunione di Versailles in cui si è parlato del futuro dell’Europa, di tutti noi. Eccoli uno per uno i leader che hanno pensato bene di rivoluzionare, in piccolo, il cammino di un’Europa nata male. Il primo di tutti è François Hollande, il padrone di casa, il peggior presidente che la Repubblica ricordi: pavido, disonesto, fallimentare, sconfitto prima ancora di scendere in campo. Nessun presidente francese prima di lui aveva rifiutato di ricandidarsi per il secondo mandato, e invece c’è riuscito il caro François, che senza neanche provare a giustificare le sue scelte politiche, si è dato alla macchia rifiutandosi di metterci la faccia, come tutti quei bambini che hanno rotto un vaso giocando a pallone e scappano senza dirlo alla mamma. Dopo di lui Mariano Rajoy, paradossalmente il premier più forte dei quattro nel suo Paese e l’unico ad essere sicuro di arrivare al 2018, ma privo di qualunque forza per negoziare un accordo che sia di aiuto al suo Paese, e privo di quella forza politica in grado di dire al suo Parlamento che è a Versailles per rappresentarli tutti. C’era poi il nostro premier, Gentiloni, il sedativo messo lì dal PD per evitare le catastrofiche conseguenze del referendum costituzionale e della fine del governo di Matteo Renzi. Ex ministro, soprattutto degli Esteri, ed ex premier già prima di esserlo, in lui si incarna tutta la follia di una politica cieca che lascia l’Italia alla deriva senza alcuna pianificazione, ma con la sola idea di mantenere lo status-quo ed evitare il crollo di posizioni ormai definite in Parlamento e nei luoghi di potere. Infine, lei, la regina d’Europa, Angela Merkel, colei che a mosso i fili del gran teatro del Vecchio Continente e che sta semplicemente riscuotendo l’incasso dopo anni e anni di impegno meticoloso.

Ora, questi quattro leader, riuniti a Versailles, hanno pensato bene di cambiare le carte in tavola sull’Unione Europea. In pratica, un presidente a tre settimane dalla sua fine politica, un premier senza potere, un altro premier senza alcun futuro, ed una cancelliere che sta per scontrarsi alle urne e a rischio sconfitta, si sono riuniti alla corte del Re di Francia ed hanno ritenuto opportuno rimodulare non già le loro politiche, ma quelle di tutta l’Unione Europea, e di parlare di Europa a più velocità. C’è da chiedersi come quattro leader a tempo e a poche settimane da una possibile bufera elettorale in tutta Europa, possano decidere il destino di un continente: eppure questo è accaduto, almeno a parole. E se la parole hanno un peso specifico, parlare di Europa a due velocità significa veramente rivoluzionare la realtà dell’Unione Europea e mettere a nudo tutte le ipocrisie che finora erano state consegnate ai suoi cittadini, ignari di quello che stava accadendo.

Cosa vuol dire Europa a due velocità?

Bene, in parole povere, significa pensare ad un’Europa non più integrata in modo omogeneo, ma asimmetrica, dove vi saranno Stati più europei di altri e che, forse in futuro, una volta più europei, saranno degni di entrare nel club degli eletti. In sostanza, siccome l’Unione ha deciso di allargarsi dalle Azzorre al Caucaso, lorsignori si sono accorti a tempo debito che, forse, unire Stati, popoli e culture, e poi industrie, mercati e sicurezze nazionali, non era esattamente facile come parlare di unificazione del Benelux, e quindi era giusto ripensare l’Europa e tracciare confini diversi che parlassero di differenti unioni doganali, unioni economiche, unione di mercati, poi unioni politiche, poi unioni belliche, ed infine vere e propri unioni integrate. Va da sé che queste parole risuonano molto curiose, specie se dette nel 2017, quando per decenni c’è stato detto che l’Europa a due o più velocità sarebbe stata un disastro perché avrebbe lasciato inevitabilmente dietro alcuni Paesi rispetto ad altri. Invece le cose ora sono cambiate, la crisi non si risolve, gli Stati falliscono (o quasi), i mercati ristagnano, e i nuovi entrati, specie nell’Est Europa, si trovano in condizione disastrose rispetto ai vecchi del club, e non hanno alcuna intenzione di modificare quanto appreso nei pochi anni di democrazia rappresentativa.

Adesso tutto cambia: ci sarà l’Europa di Serie A, l’Europa di Serie B, e l’Europa di Serie C, in cui la Serie A sarà composta dallo zoccolo duro dell’UE, quelli duri e puri che si impegnano ad integrarsi totalmente; la Serie B sarà di quelli che stanno per farlo, ma gli serve ancora tempo e ancora un po’ di convinzione; e poi la Serie C, i Paesi che dell’Europa si interessano il giusto e che non vogliono una loro “exit”, ma neanche una loro presenza forte.

Europa a due velocità

Europa a due velocità

Noi, come Italia, saremo nel gruppo di testa: ce l’ha detto Gentiloni, anzi no, la Merkel. Il simpatico siparietto di Versailles infatti ha dimostrato ancora una volta chi conta davvero in Europa, e, va detto, Gentiloni (con l’Italia tutta) conta zero. E prova ne è il fatto che la Merkel abbia richiesto che l’Italia fosse nel gruppo A, tra quelli forti. Non certo, va detto, per beneficenza o amore viscerale di Frau Merkel per l’Italia. L’Italia è infatti ormai a tutti gli effetti, dopo l’uscita del Regno Unito, la seconda industria manifatturiera d’Europa, nonché di tutta l’area Euro, ha un rapporto tra debito pubblico e PIL a dir poco preoccupante, rappresenta la frontiera Sud dell’area germanica verso l’immigrazione clandestina, e, infine, è anche un Paese che nell’Unione Europea ha sempre creduto, qualunque ne sia stato il governo e il colore. A tutto ciò, chiaramente, non può non aggiungersi il dato, altrettanto triste per noi, della totale assenza di leadership dell’Italia in questi cambiamenti politici cui assistiamo in Europa, e che è figlia della nostra politica scellerata. Non è retorica, ma semplice lettura della realtà: grazie ai giochetti di partito, alla mancanza di leader seri e soprattutto grazie alle litigate inutili fra partiti ormai inutili, l’Italia si presenta al mondo con capi di Governo sempre più privi di quella caratura che possa permettere di rappresentare il nostro Paese. Del resto, cosa può contare un Paese che cambia Presidenti del Consiglio come fossero vestiti e che ha gli stessi Presidenti del Consiglio a dimettersi per beghe interne? Sicuramente nulla. Ed infatti quello siamo destinati a contare.

Ora, con queste premesse, l’Italia sarà nel gruppo di testa di questa fantomatica Europa a più velocità. Il che vuol dire che dovremo cedere ancora più sovranità e che saremo ancora più integrati nell’ottica di una cooperazione via via più forte fino a giungere all’amalgama Europa. In realtà, di fronte alle enormi sfide del Terzo Millennio, quello teorizzato a Versailles non sembra soltanto un auspicio, ma l’unica via percorribile nel medio termine per far sì che l’Europa non venga fagocitata dai grandi Stati del mondo. Il problema è semmai un altro, cioè capire cosa significherà quest’Europa. Attualmente, ciò che sembra avvicinarsi di più alla realtà, è un continente unificato in via economica e culturale da una potenza unificante, ovvero la Germania. Come la Prussia ha unito la Germania, così la Germania unisce l’Europa, almeno quella che conta, e cerca di limitare i danni di quanto fatto in questi anni, quando per allargare il più possibile il proprio confine, si è dimenticata che millenni di storia e di differenze non si cancellano soltanto battendo moneta.

proteste

Proteste contro questa Europa

Non è quindi il terrore dell’unità, né l’antieuropeismo spicciolo che deve instillare dubbi su questa nuova teoria delle doppie velocità che sta prendendo piede a Berlino e nelle altre parti d’Europa, ma è capire esattamente a chi giova. Fino ad oggi l’Europa a più velocità era considerato un freno importante all’unificazione, oggi invece viene vista come un volano, che possa permettere intanto a fare dei passi. C’è da chiedersi, purtroppo, come questi leader asettici, sterili e senza idee possano fare l’Europa, quando sono riusciti nel tempo prima a prendere idee totalmente sbagliate, poi a convincersene, ed infine a cambiarle senza colpo ferire. Il tutto con una certezza: chi rimarrà dietro, nel club dei grandi, difficilmente entrerà, diventando quindi la terra di nessuno dell’Europa del domani. Chi invece sarà fra i grandi, a parte la Germania, sarà lentamente ed inesorabilmente destrutturato.