Mentre le primarie per le elezioni della Casa Bianca entrano nel vivo, l’FBI presenta le prime prove nell’indagine che la coinvolge per divulgazione di segreti di Stato. L’ex first lady infatti non ha seguito il rigido protocollo nel trattare le “informazioni classificate”, finendo nel mirino del Bureau. A dare idea dell’impegno che l’agenzia federale sta mettendo nel procedere verso l’incriminazione, sono almeno 100 gli agenti che si stanno occupando del caso e, sebbene la Clinton neghi ogni addebito riducendo il tutto a un “eccesso di zelo politico senza connessione con la realtà”, le accuse sono circonstanziate e gravi. Infatti secondo precedenti sentenze terminate con la condanna degli imputati, l’attentare alla sicurezza nazionale non implica la precisa volontà di dolo, ma è sufficiente si configuri come semplice negligenza o mancanza di consapevolezza delle informazioni erroneamente veicolate. È ovvio che non siamo di fronte a un caso di spionaggio, né le informazioni stesse paiono particolarmente decisive; ma gli americani sono molto attenti alla forma e inflessibili sul rispetto delle regole.

Lo stesso generale David Petraeus è stato perseguito per avere semplicemente lasciato dei documenti “classificati” in un cassetto della scrivania nella sua casa sorvegliata; un giovane marinaio per un selfie inviato alla fidanzata, dove sullo sfondo s’intravede il monitor di un sonar; e un marine pluridecorato per avere avvertito i superiori della possibile infiltrazione di un membro di al-Qaida dentro un base americana in Afghanistan usando un account gmail. E proprio le mail incastrano l’ex segretario di Stato: sono più di 1300 – confidenziali, segrete e top-secret – quelle da lei ricevute tramite un server insicuro e girate ad altri collaboratori sempre da server non protetti. Un accusa grave che configura una prassi consolidata nel maneggiare materiale riservato con estrema leggerezza. Una di queste conteneva la foto di un reattore nucleare nordcoreano e tempo, luogo e modalità di sorveglianza dell’obiettivo. Eppure non è tanto la “qualità” delle informazioni in sé a muovere l’accusa, ma il fatto che per ottenerle membri dell’intelligence abbiano rischiato la vita. Insomma non un bel biglietto da visita per una candidata a diventare presidente degli Stati Uniti d’America. Se dalla precedente “grana libica” era uscita vittoriosa – dopo quella lunghissima testimonianza di 11 ore davanti alla Commissione del Congresso per i fatti di Bengasi – anzi quasi rafforzata; l’esito di questa indagine pare di tutt’altro avviso.

Ma c’è un altra e ben più fastidiosa indagine dell’FBI che coinvolge la Clinton e la Fondazione che dirige assieme al marito. L’inchiesta prende spunto da numerosi ricercatori indipendenti che da anni monitorano le attività di quest’ultima, rilevando frodi e irregolarità diffuse nella raccolta fondi e nel rendiconto delle spese; e, cosa assai più grave, di un’insolita convergenza tra trattamenti di favore del Dipartimento di Stato nei confronti di realtà straniere e generose donazioni di queste ultime alla Fondazione stessa. In questo caso si prefigura un grave reato di corruzione pubblica e concussione che ne stroncherebbe qualsiasi velleità presidenziale. Nel frattempo la Clinton si mantiene in testa nei sondaggi e saldamente prima nella classifica del finanziamento privato alla campagna elettorale; fiumi di denaro le sono stati generosamente offerti da Wall Street e dal comparto bellico-industriale; eppure non basteranno a fermare gli agenti dell’FBI di James Comey, che fa dell’indipendenza e dell’onestà intellettuale del Bureau il suo cavallo di battaglia.

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