Mentre nel teatro siriano continua il rimpallo di responsabilità tra la Coalizione guidata dagli americani e i russi per stabilire chi abbia colpito l’ospedale di Medici Senza Frontiere, in Libia s’intensificano i raid americani e francesi contro l’Isis. Proprio durante uno di questi bombardamenti è stata da poco confermata ufficialmente la morte di due impiegati dell’ambasciata serba. L’ufficiale delle comunicazioni Sladjana Stankovic e il driver Jovia Stepic sono caduti in seguito a un attacco aereo condotto da un F-15 americano contro un campo di addestramento ai confini con la Tunisia. I due erano stati rapiti a novembre nella zona di Sabratha quando contro il convoglio diplomatico fu aperto il fuoco; l’ambasciatore Oliver Potezica con la moglie e i suoi due figli riuscirono a fuggire illesi all’attentato, mentre loro due furono prelevati dagli insorti. Secondo fonti americane l’attacco avrebbe eliminato una dozzina di miliziani del Califfato e una delle menti responsabili dell’attacco dello scorso anno al museo del Bardo; mentre l’intelligence serba confidava nel rilascio dei due cittadini a breve. Vi sono, infatti, alcuni palesi discrepanze tra la versione americana e le informazioni in possesso a Belgrado. Secondo gli inquirenti serbi, il gruppo armato che aveva rapito i due diplomatici non faceva parte delle milizie di al-Baghdadi, ma era un gruppo semmai a loro collegato e aveva già chiesto un riscatto per i due. In effetti il modus operandi degli uomini del Califfato è sempre stata l’uccisione dei prigionieri dopo aver fatto irricevibili richieste politiche. La Serbia in accordo con l’esercito libico di Haftar stavano valutando anche l’ipotesi di una operazione militare per la loro liberazione.

La Serbia ora attende le spiegazioni ufficiali del governo americano e di quello di Tobruk sullo svolgimento del raid e sulla selezione dei bersagli. Possibile che nessuno a Washington sapesse che in quell’edificio vi fossero i rapitori e gli ostaggi? Possibile che la CIA non fosse a conoscenza delle trattative in corso per la liberazione dei due diplomatici? Il primo ministro Aleksandar Vucic ha confermato l’uccisione dei due provocata dalle bombe americane, ma ha ribadito che il suo Paese ha bisogno degli Stati Uniti come “amico e partner e non come nemico”. Eppure sono ancora in molti a non avere digerito l’intervento della Nato nell’ex–Jugoslavia e la guerra contro Milosevic. Il tragico evento ha immediatamente riportato l’opinione pubblica – da sempre molto sospettosa nei confronti dell’Occidente – ai dolorosi ricordi dei morti causati dai bombardamenti su Belgrado nel ’99. Subito è stata organizzata una manifestazione di protesta nella capitale contro l’avvicinamento alla Nato. Proprio in questi mesi infatti, dopo l’adesione anche del Montenegro all’Alleanza Atlantica, sono molte le pressioni nei confronti del Paese perché accetti di entrare a far parte del patto abbandonando le relazioni con Mosca. Il governo si ritrova nella scomoda posizione di essere praticamente l’unico Stato nei Balcani a non avere ancora aderito alla Nato, ma deve fronteggiare anche il malcontento di gran parte della popolazione che considera un tradimento e un’offesa entrare a far parte di una alleanza che ha imposto con le armi la secessione del Kosovo. D’altronde far parte della Nato è la clausola non scritta per poter aderire all’Unione Europea, altro grande scoglio da affrontare per Vucic.