Per i tanti che si lasciano affascinare dall’apparenza e da quanto detto dall’informazione tradizionale, c’è una parte del mondo arabo che nel loro immaginario rappresenta una sorta di ‘nuovo paradiso’. Un modello da emulare, un esempio da seguire: il riferimento è a Dubai, città in grande espansione e sempre più in dinamico movimento; non solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa, la concezione del mondo arabo è abbastanza superficiale: secondo l’opinione pubblica occidentale c’è una parte del mondo arabo da debellare ed una invece da amare. In quest’ultima categoria, rientra Dubai ma anche Abu Dhabi, Doha, Kuwait City, insomma quegli arabi che riescono ad issare nel giro di una notte grattacieli che danno a queste città un aspetto orribilmente occidentale.

Si sa, l’uomo europeo generalmente da quando è entrato in una spaventosa ottica consumistica, non ha più una grande fantasia: tutto per essere bello, deve essere occidentale. Dunque, anche le notti d’oriente devono avere come sfondo grattacieli, cemento ed insegne luminose per essere magiche, guai ad immaginarsi una città araba con minareti, ampie moschee e canti del muezzin ad inizio giornata. Ed ecco perché Dubai si è trasformata nel sogno delle mille ed una notte 2.0; ma davvero queste città, capitali politiche od economiche di quelle petromonarchie che finanziano ISIS e gruppi armati vari da decenni, sono sinonimo di successo e rappresentano modello da seguire? Si parla di Dubai, in quanto è quella ‘City’ (triste, ma la chiamano così) che più di ogni altra cosa esprime l’ostentazione della ricchezza degli arabi del Golfo; in realtà, si potrebbe parlare anche delle altre città prima citate.

Dubai di arabo non ha nulla, nemmeno la popolazione: solo il 20% è autoctona, per il resto la stragrande maggioranza è formata da cittadini stranieri per lo più lavoratori semi schiavizzati provenienti da India, Filippine e Palestina. Un miscuglio di gente non nata in quel territorio, una miscela di culture che fanno di Dubai non una città ma una sorta di parcheggio lussuoso in mezzo al deserto; non c’è alcun legame tra i cittadini, non ci si conosce tra vicini non per vita frenetica o per caratteri ‘nordici’, bensì perché non si parla quasi mai la stessa lingua. Una città senza storia, che fino agli anni ’70 era poco più che un modesto villaggio di pescatori più sviluppato rispetto ai vicini per via della sua posizione strategica nel golfo; poi la scoperta del petrolio, l’idea dei suoi emiri di potenziarla e renderla una metropoli competitiva non solo con l’oro nero ma con il commercio ed il turismo. Oggi è sì una grande realtà organizzata, ma è l’esempio tipico di nucleo urbano sviluppatosi senza mettere al centro l’uomo: insomma, Dubai è l’ostentazione di tutti i difetti e le mostruosità dell’odierno sistema capitalistico. Città slegate da ogni legame culturale e storico, colate di cemento ed acciaio gettate da lavoratori con salari ridicoli a favore dei pochi ricchi, un contesto che sa di artificiale e che non ‘profuma’ di nulla: non ci sono odori caratteristici a Dubai, né vie o luoghi di pregio storico, solo attrattive date dai grattacieli più alti del mondo.

L’occhio pigro dell’occidentale, vede in Dubai soltanto dinamismo e ‘modernità’: ma in realtà di tutto questo c’è poco e nulla. Dietro le trafficate autostrade, i grandiosi grattacieli, la moderna e veloce metropolitana ed il fastoso aeroporto (unica cosa che forse sia un bene che esista, visto che garantisce molti voli abbordabili dall’Europa all’Australia grazie ad una compagnia che sponsorizza mezza Champions League), ci sta il vuoto ma nel vero senso della parola. Dietro tutto questo vi è il deserto: fisico, come in gran parte della penisola arabica, ma anche intellettuale ed economico. Dubai poggia sul debito: la città spende il 107% di quello che guadagna, soltanto i proventi del petrolio al momento riescono a colmare il gap del debito; la città si è sviluppata con un’intensa speculazione, in cui si spende e si spande ma senza un progetto a lungo termine alle spalle. Non c’è una vera pianificazione a Dubai, non c’è un obiettivo di lunga data da perseguire: finché c’è il petrolio si balla, poi si vedrà. E’ l’esempio classico allora di come un territorio possa produrre tanto fumo ma pochissimo arrosto: il ‘miracolo’ Dubai inizia a spegnersi già da adesso, con la prima bolla speculativa del 2009 che ha iniziato a far apparire molti grattacieli vuoti con spazi e locali non venduti.

Perché evidenziare tutto questo di Dubai? Semplice: il mondo che si vuole in futuro, piegato alla volontà delle multinazionali, vuole tante Dubai in tutto il pianeta. Via retaggi culturali, via caratteristiche storiche e nazionali, si vogliono città e società fondate su debiti, speculazioni, cemento e lusso sfrenato per pochi dato grazie al lavoro di milioni di poveri. Tutto il mondo deve essere uniformato: stesse catene di fast food, stessi centro commerciali, stesse geometrie urbane contrassegnate da grattacieli e ‘shopping mall’. Quel che l’idiozia dei sultani ingozzati di petrolio sta facendo al mondo arabo, in parte sta già arrivando da noi: del resto, non è un caso se si adora Dubai con il suo cemento ed il suo acciaio e si lasci invece impunemente distruggere Mosul con i suoi musei e la sua storia millenaria; non è un caso se i mondiali si giocheranno tra i grattacieli di Doha nel 2022 mentre ad Aleppo o Damasco si lasciano solo campi di battaglia di una guerra che rischia di far disperdere il patrimonio culturale ed artistico siriano. Solo quando Dubai ed altre mostruosità politiche ed economiche del genere cesseranno di esistere mangiate dal debito e dalla fine del petrolio, forse si potrà tornare a parlare di gusto del bello e di società armoniose.