Israele minaccia gravi conseguenze se i miliziani di Jhabat al-Nusra – costola siriana di al-Qaeda – seguiteranno nel perpetrare attacchi contro le comunità druse residenti nel sud della Siria, in prossimità delle alture del Golan. La notizia dovrebbe essere salutata con favore, al solo immaginare che finalmente “l’unica democrazia del Medio Oriente” scenda in campo contro la barbarie islamista. E, da un lato, ne avrebbe ben donde. I drusi, difatti, costituiscono in Israele una questione a sé. Questa antica comunità – simile, se non addirittura superiore al giudaismo per il forte ed inscindibile legame tra sangue e religione, e caratterizzata da un credo antico che accomuna elementi dell’ebraismo, dell’islàm, del cristianesimo e financo dell’induismo – gode di un particolare trattamento all’interno dello stato ebraico. Favorevole all’indipendenza di Israele e parte attiva nella sua difesa e nella sua espansione – i drusi sono tra le poche etnie non di religione ebraica ad essere ammesse nell’esercito – essi godono di un trattamento molto superiore rispetto a quello riservato ad altri cittadini di fede diversa, come cristiani e musulmani.

Uno di quegli affascinantissimi popoli che abitano il Medio Oriente sin dalla notte dei tempi, i Drusi sono servi leali di Assad e del suo esercito in Siria, ma altrettanto leali servi di Gerusalemme e di Tsahal in Israele. A differenza di altre sette minori delle grandi religioni monoteiste, come yazidi o alawiti, essi non avevano ancora patito sulla propria pelle la furia islamista e il dramma del conflitto siriano. Tuttavia, ora che l’esercito di Damasco è in crisi e che per la prima volta ne sono stati toccati, s’incendia nei loro cuori un nobile e comprensibile sentimento di fratellanza che travalica sia il confine esistente tra Siria ed Israele, che l’atavico odio che accomuna i due Paesi. In altre parole, i drusi israeliani si sono dichiarati pronti a sconfinare per proteggere i propri fratelli.

Israele, però, ha già detto che bloccherà qualunque mossa in tal senso: e del resto, per Netanyahu, il dilemma è grande. Un intervento via terra dell’esercito o di miliziani drusi, a tutela della comunità siriana, è stato per il momento escluso; tuttavia, cerca soluzioni alternative e che possano avvenire, come sovente accade in casi analoghi, clandestinamente. Da un lato, infatti, non può certo intervenire apertamente per aiutare il presidente Assad (nella contorta e sanguinaria mente del premier israeliano “l’Iran è più pericoloso dell’Isis” e di riflesso, aggiungiamo noi, Assad è più pericoloso dei ribelli). Dall’altro lato, però, non può nemmeno permettersi che un’importante componente del suo esercito e del suo paese perda la fiducia in un governo che permetta il massacro di civili inermi, a pochi chilometri di distanza, senza muovere un dito. Il premier sa bene che l’avanzata degli islamisti in Siria è anche merito suo. Finge di chiamarsi fuori dai giochi ma i raid aerei che negli anni hanno provocato, tra le fila dell’esercito di Damasco, decine di morti e distruzione di materiale bellico in quell’area, portano la firma della stella di David. Qualora l’avanzata dei ribelli continui verso i villaggi interessati, chi glielo spiegherà ai Drusi, che per la morte dei loro fratelli siriani devono ringraziare il governo per cui hanno versato il loro sangue? Chi glielo spiegherà che in questa guerra, finora, Israele è stata de facto schierata con i terroristi?