Nelle ultime elezioni parlamentari svoltesi il primo novembre di quest’anno in Turchia l’AKP ha ottenuto il 49,4% delle preferenze, percentuale pari a 316 seggi su 550, riprendendosi la guida del Paese dopo lo scivolone dello scorso giugno. Quali sono a suo avviso le ragioni del successo elettorale del partito del Presidente Erdoğan?

Gran parte del decennio abbondante di potere dell’AKP ha corrisposto a un periodo di crescita economica, sviluppo sociale della classe media, pacificazione coi curdi e fine dello stillicidio di golpe militari cui il paese era abituato. Nell’ultimo biennio, tuttavia, i cittadini turchi hanno assistito a una recrudescenza dello scontro politico interno, come dimostrato nel 2013 dai tumulti del Parco Gezi e dal 2014 dalla ripresa della lotta armata del PKK. Erdoğan e il suo partito non sono per niente esenti da colpe: la gestione della crisi nella vicina Siria è stata fonte di numerosi problemi che oggi la Turchia si trova ad affrontare. Ciò malgrado, spaventati dai foschi presagi per il futuro, molti elettori turchi hanno deciso di provare a rinverdire i fasti del primo, positivo decennio di governo AKP, sperando che i problemi dell’ultimo biennio siano solo un incidente di percorso. Dopo aver punito l’AKP elettoralmente a giugno, gli scontenti si sono accorti che in assenza di un governo forte la situazione è andata peggiorando: il terrorismo si è fatto più feroce e l’economia ha rallentato. Da ciò deriva plausibilmente la decisione di tornare sui propri passi e ridare una solida maggioranza all’AKP. Inoltre, il partito di Erdoğan ha beneficiato della sua posizione al centro dello schieramento politico turco: parte dell’elettorato più nazionalista ha spostato il suo voto dall’MHP (che aveva rifiutato ogni ipotesi di coalizione di governo) all’AKP per non favorire l’insorgenza curda. Dall’altro lato dello schieramento, molti curdi conservatori, che già prima di giugno votavano per l’AKP preferendolo gioco forza al nazionalismo kemalista del CHP, si sono subito rimangiati il sostegno all’HDP, giudicato troppo sbilanciato a sinistra e soprattutto vicino al PKK, che minaccia di trascinare nuovamente le regioni curde in uno stato di guerra.

Secondo taluni osservatori con Erdoğan la Turchia è passata dall’essere una democrazia di stampo europeo ad uno stato dispotico mediorientale. Lei condivide tale opinione?

Non è uno Stato dispotico oggi e non era una democrazia di stampo europeo ieri. D’altro canto, non era Stato dispotico ieri né è democrazia europea oggi. Nel Secondo Dopoguerra e prima dell’ascesa al potere dell’AKP la Turchia ha visto ben quattro golpe militari. Nella nuova stagione i golpe sono stati prevenuti anche grazie a indagini e arresti di massa in cui, forse, maglie un po’ larghe sono servite a colpire l’opposizione. Tuttavia, descrivere Erdoğan come un dittatore è risibile, tanto più se osserviamo il pulpito da cui spesso provengono le accuse, ossia quello europeo. Nell’UE il potere effettivo si sta progressivamente spostando verso entità sovranazionali dalle dubbie credenziali democratiche, mentre i governi nazionali, ossia quelli davvero posti sotto la vigilanza degli elettori, sono spogliati di tutti i poteri davvero importanti. In tale situazione, da europeo, non saprei se trovare più sciocco o irritante il discettare d’alcuni se Erdoğan sia troppo autoritario. Ovviamente dico Erdoğan ma il medesimo discorso vale per altri bersagli abituali del moralismo europeo, come Putin o Orban.

In seguito alla notizia della vittoria dell’AKP, a Diyarbakir, nel sud est della Turchia, sono esplosi violenti scontri fra la polizia e la popolazione curda. Nella città di Silvan è stato indetto il sesto coprifuoco consecutivo; internet e telefoni sono stati bloccati mentre un giovane di 22 anni è stato ucciso dalle forze dell’ordine. E’ verosimile secondo lei che l’acutizzarsi del conflitto fra Ankara e i curdi possa portare la Turchia sull’orlo di una guerra civile?

Lo spostamento di parte dell’elettorato curdo dal HDP al PKK dimostra come la popolazione curda della Turchia non sia affatto compatta dietro all’insurrezionalismo dell’estrema sinistra, il che rende improbabile una vera e propria sollevazione della regione. Nemmeno però si è ritornati alla precedente luna di miele con l’AKP, poiché qualcosa si è rotto – e Erdoğan è il primo responsabile – lo scorso anno a Kobane, quando i Turchi, al di là delle dichiarazioni di facciata, mostrarono che tra Da’ish e PYD (il partito egemone nel Kurdistan siriano) erano quanto meno equidistanti, forse persino più favorevoli al Califfato di al-Baghdadi. Erdoğan era riuscito ad avviare una pacificazione profonda coi curdi di Turchia; era persino riuscito a ribaltare a proprio favore lo smembramento de facto dell’Iraq, trasformando la tanto temuta Regione Autonoma del Kurdistan (iracheno) in un alleato. In Siria invece ha preso una cantonata: appoggiando la rivolta contro il regime del Ba’ath – col quale faticosamente era riuscito a ricucire i rapporti dopo decenni di tensioni – ha permesso la nascita di un potentato curdo di fatto indipendente, vezzeggiato dal mondo per la sua lotta contro Da’ish, e per giunta legato a doppio filo al PKK.

Nel corso dell’ultimo mese abbiamo assistito ad una escalation della violenza nei territori di Gerusalemme Est e della Cisgiordania sia da parte dei coloni israeliani che dei palestinesi. In particolare questi ultimi hanno preso di mira senza distinzioni obiettivi sia civili che militari. In tutta risposta sono aumentate le aggressioni da parte della popolazione ebraica nei confronti di quella araba. Quali potrebbero essere le ripercussioni a livello regionale di questa Terza Intifada?

Credo saranno limitate. Prima le cosiddette “Primavere arabe”, poi la guerra civile in Siria, hanno fortemente distolto l’attenzione dei dirigenti e delle opinioni pubbliche mondiali e locali dalla questione palestinese. È spiacevole dirlo, ma la Palestina “non va più di moda”. Continua a essere una questione molto sentita, soprattutto nel mondo musulmano, ma al momento è in secondo piano e dunque né gli Stati né le popolazioni andranno oltre una partecipazione “morale” alle sue vicissitudini. Lasciati a loro stessi, i Palestinesi sono irrimediabilmente più deboli degli Israeliani e sono destinati a perdere un’eventuale terza Intifada.

L’operazione militare lanciata dal presidente russo Vladimir Putin per fermare l’avanzata del sedicente Stato Islamico ha messo in forte imbarazzo Stati Uniti ed Europa. In che modo a suo avviso l’impegno militare del Cremlino in Siria potrebbe cambiare gli equilibri internazionali?

Dopo e più di quanto accaduto in Ucraina, il decisionismo di Putin ha costretto USA e alleati a mettersi sulla difensiva in quelli che sono terreni di scontro da loro scelti e destabilizzati. Ormai è ampiamente diffusa l’immagine di un Putin forte e volitivo opposto a un Obama debole e indeciso. Inoltre, la Russia non ha mai attirato così forti consensi in Occidente dal pre-1956 a oggi. A parte questo, il reale scossone agli equilibri internazionali dato da Putin in Siria riguarda la capacità della Russia di sostituirsi agli USA come potenza mediatrice nel Vicino Oriente. Oggi sono i Russi che possono decidere, se non chi vincerà, quanto meno chi non perderà la guerra civile siriana; ed è il Cremlino che consulta e coinvolge i vari attori internazionali verso un’ipotetica soluzione negoziale della crisi siriana. Si tratta di una posizione politica e diplomatica, acquisita dalla Russia, che Washington avrà molta difficoltà a recuperare in futuro. Obama è riuscito nell’improba impresa di scontentare tutti nella regione “MENA”: basti pensare come, paradossalmente, siano forse gli Iraniani i meno dispiaciuti dagl’indirizzi politici obamiani.

In un’intervista radiofonica con la BBC Sir John Sawers, che ha rivestito il ruolo di capo dei servizi segreti del Regno Unito il Secret Intelligence Service (MI6) dal 2009 al 2014, ha sostenuto che l’area che va dalla Siria all’Iraq starebbe andando incontro ad una frammentazione politica simile a quella sperimentata dall’ex Jugoslavia con un piccolo stato dominato dagli alawiti comprendente le zone di Aleppo, Hama, Homs fino a Damasco mentre nella restante parte – escluso il Rojava e il Kurdistan Iracheno – si starebbe venendo a creare un mega stato sunnita che dovrebbe includere anche la parte occidentale dell’Iraq mentre quella sud orientale abitata prevalentemente da sciiti finirebbe nell’orbita di influenza dell’Iran. Qual è la sua opinione in merito?

Rispetto a quanto accadeva il secolo scorso, le potenze sono sempre meno disposte alle proverbiali “spartizioni in aree d’influenza”. In genere i confini sono giudicati inviolabili – non per ragioni morali quanto per la paura della destabilizzazione – e si procede a mutarli sono laddove un attore egemone non incontra nessuna seria opposizione (vedi Timor Est) o l’interesse è giudicato così vitale da giustificare il rischio di un confronto (vedi Crimea). Ciò malgrado, in molti casi, un mutamento condiviso dei confini sarebbe molto meno destabilizzante della feroce competizione tra potenze al loro interno. Pesa un po’ anche un pregiudizio di tipo morale, una moda intellettuale dell’epoca, che attribuisce il primato a quanto scritto formalmente su carta piuttosto che alla realtà scolpita nel terreno. La storia è divenire e pretendere di mantenere per sempre gli stessi confini non fa che creare tensioni latenti tra fatto giuridico e realtà fattuale, destinate prima o poi a esplodere in maniera drammatica. Tanto più se pensiamo ai molti confini arbitrari lasciati in eredità dal colonialismo.

Nel 2011 lei ha scritto insieme a Pietro Longo un libro dal titolo Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario, Avatar Èditions, 168 pp. nel quale analizzava l’ondata di sollevazioni che hanno portato alla caduta dei regimi dispotici di Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia cercando di comprenderne le aspirazioni e gli ideali che le hanno animate. A quattro anni di distanza da quegli avvenimenti qual è la sua valutazione del fenomeno delle cosiddette Primavere arabe?

Come scrivevamo allora, in un parallelo con la “Primavera europea” del 1848, a trionfare è stata infine la restaurazione. Certe dinamiche però non si cancellano. Oggi le popolazioni arabe sono meno timorose dell’ordine costituito e più incline a dar seguito al proprio malcontento. L’Islam Politico non ha conosciuto alcun riflusso, semmai è andato incontro a una radicalizzazione: strategie di conquista costituzionale del potere, in stile Fratelli Musulmani, sono oggi screditate, e la soluzione di forza è considerata quella principe.