di Valeria Salanitro

Quella che potrebbe essere apostrofata come tecnocrazia o oligarchia, piuttosto che poliarchia, si avvale di dispositivi di efficacia, in grado di plasmare l’opinione pubblica e ripresentare dati soggettivi come mere oggettività del caso. I processi di costruzione identitaria, insieme con le politiche di genere rappresentano uno degli strumenti narrativi all’interno del quale è veicolata l’immagine dell’altro generalizzato. La natura regressiva, perbenista e tendenzialmente conformista, imposta ed incorporata dagli uomini attraverso le cosiddette “agenzie” fanno sì, che il processo di costruzione identitaria, avvenga ricorrendo alle famigerate categorie aprioristiche, alle quali è deputata la funzione di mettere in scena attori e spettatori, che mantengano inalterato lo status quo. Uno dei casi più emblematici, che per primo, potrebbe bandire di fatto qualsivoglia teoria pregiudizievole ed ipostatica è rappresentato dal genere femminile.

Vestali, curatrici del focolare domestico; una per tutte “Hestia” la dea del fuoco ellenica; e la simbologia legata alla fertilità ed altresì alla dimensione relazionale e familiare; insieme con l’immagine mariana delle donne, pervenuta a noi dal Cattolicesimo o dall’integralismo (sì, deriva da ciò il termine “orientalizzato”); sono solo alcune delle rappresentazioni del genere femminile di cui disponiamo. Ancora una volta, approcci dicotomici estremamente fuorvianti, alterano la percezione della realtà. Se così fosse, le donne “occidentali” rientrerebbero nella categoria delle “emancipate” (da chi/cosa poi?) vs le donne “orientali”; anch’esse aprioristicamente: “inette” e “subalterne”. Invece, la letteratura socio-antropologica attesta la natura socialmente costruita di simili configurazioni identitarie. Le donne, ora utili pedine, la cui immagine “incontaminata” diviene fondamentale ai fini politico/criminali; ora “classe” subalterna pronta ad essere dominata. Che le donne abbiano un ruolo sociale fondamentale, che superi di gran lunga l’idea stereotipica spesso veicolata dalla retorica mediatica, insieme con le dinamiche di assoggettamento dell’altro nei più disparati “regimi” creati ad hoc è un dato di fatto.

E sebbene, gli analisti abbiamo riconosciuto da tempo, il ruolo strategico delle donne nell’ambito delle organizzazioni criminali; è attraverso quella che è stata definita dai media come: “la teologia dello stupro”; insieme con i titoli caldi prodotti da molte testate, vedi: “le donne kamikaze si fanno saltare in aria pur di non rimanere vittima dei miliziani jihadisti”; le famigerate 40 vergini; insieme con le donne yazide appartenenti alla minoranza etnica, che in virtù dell’ennesima costruzione, le veda “adoratrici del diavolo”; le donne peshmerga del Kurdistan Iracheno lottare contro i miliziani dell’ISIS; insieme con le “migranti”; le foreign fighters, nonché le promesse spose, alle quali è deputata non solo la gestione domestica del focolare, ed una condotta particolarmente severa, ma anche quella di “combattere” e divenire attore politico per eccellenza; che i processi di etichettamento e decostruzione hanno trovato compimento. Cultrici ed al contempo custodi del più ampio focolare del disincantato ed agognato “Stato” le donne del “Califfato” ad esempio attivano anch’esse risposte comportamentali fortemente targettizzate e lo fanno avvalendosi delle tecnologie della comunicazione e dei tweet ai quali è deputata la gestione pubblica del sé e la costruzione di consenso.

La disobbedienza mossa nei confronti degli apostati e dei miscredenti, prende le mosse anche dalle pratiche di adesione al jihad che le donne del “Califfo” da una parte, insieme le con “ronde” dall’altra istituiscono proattivamente. Che appartengano alle brigate di Al- Khansaa, piuttosto che all’insieme di cooperanti occidentali o alle minori puntualmente schiavizzate, che decidano di “donarsi al vento” e riconoscere la sovranità divina attraverso pratiche martiriologiche, degne di qualsivoglia sistema agiografico cristiano, che siano piuttosto delle valide combattenti, alle quali sia concessa dignità politico/militare ed appartengano ad una “etnia” storicamente assoggettata e si battano per l’indipendenza; le donne sono accomunate da una precarietà ontologica che le rende protagoniste di affiliazioni, adesioni solidali e da “economie politiche dei corpi” con consequenziali processi di mercificazione dei medesimi, piuttosto che soggetti che compiono atti riduzionistici di pura disobbedienza. Che siano “pretoriane”, “migranti”, e che aderiscano ad una nuova identità tramite l’atto della conversione e si apostrofino con l’appellativo di “Fatima” o ancora che aderiscano alle regole dell’intera Umma, il ruolo delle donne è sicuramente primario e determinante per comprendere le fila delle dinamiche sociali e dei processi di socializzazione di genere tuttora in atto attraverso i processi di reclutamento mediatico e proselitismo cibernetico. Simboli, ruoli, giochi sociali, riscatto, politiche del sé, socializzazione e trasmissione dei saperi da una parte, e per contro, ribellione, lotta contro il potere istituito sono le determinanti della rappresentazione femminile che abbiamo imparato a conoscere da quando è stato proclamato il famigerato “stato islamico”.

Sarebbe necessario, forse, comprendere che non vi è nessuna remora e retorica teocratica, in grado di spiegare simili fenomeni, ma forza, identità plurale, politiche di costruzione di consenso e rituali di identificazione sociale, la cui comprensione non può prescindere dalla dimensione contestuale nella quale prendono parte. E se una delle accezioni cui rimanda il termine arabo “Jihad” (piccolo o grande) pertiene ad uno sforzo interiore e non già ad attività bellicose o pratiche difensive/offensive [1] contro gli infedeli è nella secolarizzazione identitaria , che è necessario rintracciare l’eziologia delle adesioni femminili e nella politicizzazione dei ruoli, che si deve decostruire l’immagine pubblica della donna; sia essa yazida, peshmerga, cooperante, convertita.

[1] L. Napoleoni, « ISIS. Lo Stato del Terrore. Chi sono e che cosa vogliono le milizie islamiche che minacciano il mondo», 2014, Serie Bianca, La Feltrinelli.