Come per la Siria, anche l’est Ucraina sembra essere passato in secondo piano nell’agenda setting dei principali media italiani; probabilmente perché lo stallo che entrambe queste situazione stanno riportando sul piano militare non era previsto. Particolarmente per il Donbass, l’evoluzione dello scontro tra separatisti e governo centrale pare essere arrivata in prossimità del punto di rottura. E questo sotto due direttive: la prima militare, la seconda politica. Per quanto attiene al piano militare, la fragile ma importantissima tregua seguita agli Accordi di Minsk del febbraio scorso, sembra essere sempre più vacillante: nelle ultime settimane si sono registrati scontri sulla linea del fronte con diversi morti sia tra le fila dei militari e paramilitari delle due fazioni, sia tra i civili. Lo scambio di accuse di rito vede le autorità ucraine accusare i filo-russi di aver mosso, circa due settimane fa, con un migliaio di unità alla conquista Marinka – cittadina situata a circa 30 km da Donetsk – provocando con questa offensiva la morte di 5 militari e il ferimento di un’altra quarantina. Per contro, stando a quanto riportato dall’ANSA, i ribelli affermano di non aver dato l’avvio alle ostilità, ma di aver risposto ad una serie di provocazioni e violazioni della tregua messe in atto dall’esercito ucraino; attacchi che avrebbero provocato a loro volta 15 vittime tra le unità paramilitari e i civili. Dopo questo episodio, pochi giorni fa le truppe di Kiev hanno bombardato Kirovsky, un quartiere di Donetsk, e la cittadina di Gorlovka; attacco cui le unità separatiste hanno prontamente risposto.

Se sul piano militare la tregua vacilla in maniera veramente critica, sul piano politico la situazione è probabilmente ancora peggiore, in un circolo vizioso che vede i due fronti alimentarsi a vicenda: della riforma costituzionale che conceda autonomia agli Oblast ribelli – vero volano per una soluzione consensuale e di lunga durata della controversia in questione – non se ne vede ancora neanche l’ombra, sebbene il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha affermato di voler presentare un progetto di riforma alla Rada prima della pausa estiva. Certamente una buona intenzione, che però incontra mille difficoltà: la situazione di guerra certo non dispone la Rada a grandi concessioni politiche, la pressione dei nazionalisti e dei neonazisti le cui unità paramilitari sono impiegate al fronte si farà certo sentire e questo per rimanere sul piano interno. Per quanto attiene alle autorità della Nuova Russia, queste hanno già fatto sapere che rifiuteranno qualunque progetto autonomista preveda l’inclusione della Crimea e di Sebastopoli nel territorio ucraino, considerandole ormai pienamente inserite nella Federazione Russa; per di più alcuni giorni fa il leader della Repubblica Popolare di Donetsk Alexander Zakharchenko ha affermato – stando a Sputnick Italia – che i due Stati autoproclamati non torneranno mai più a far parte dell’Ucraina, visto il troppo sangue versato. Probabilmente una provocazione volta a smuovere le trattative e ad alzare il proprio potere contrattuale; ma se così non fosse, se la volontà è di persistere nell’indipendenza anche contro gli Accordi di Minsk da loro stessi sottoscritti, è anche probabile che le autorità separatiste possano un domani perdere l’appoggio della Russia facendo crollare ogni speranza di trattativa con le autorità centrali ucraine e chiudendo tutta la controversia in un bagno di sangue.