Il fenomeno Donald Trump rappresenta un’anomalia, nel panorama politico statunitense ed internazionale odierno, e la sua analisi permette di capire profondamente l’evoluzione subita dalla mentalità e dalle concezioni politiche di parte degli americani, necessaria da tenere in considerazione per dare una spiegazione alla rapida e, solo qualche mese fa, imprevedibile, ascesa del plurimiliardario ai vertici dei sondaggi per la nomination repubblicana nella corsa alla Casa Bianca. Donald Trump ottiene consensi in un paese in forte crisi di identità, teatro di un’accesa conflittualità sociale, lacerato mai come adesso da endemiche disuguaglianze, un paese che dopo aver così entusiasticamente aderito al galvanizzante “Yes, we can!” di Barack Obama si trova, dopo otto anni di amministrazione dell’ex senatore dell’Illinois, alle prese con sfide, interne ed esterne, che travalicano largamente le reali potenzialità attuali degli USA. Ridurre i milioni di americani che consapevolmente sostengono Trump a un branco di rozzi e squadrati ultraconservatori, xenofobi e fanatici delle armi, come sembrano fare diversi commentatori che si concentrano esclusivamente sulle numerose uscite poco felici del candidato, significa peccare di sostanziale riduzionismo. Al di là di queste semplicistiche interpretazioni, tale analisi imparziali nulla aggiungono nella reale comprensione delle modalità con cui Trump ha costruito una base di consenso considerevole, che lo pone in posizione di vantaggio sugli altri concorrenti alla nomination repubblicana a pochi giorni dai primi caucus (l’Iowa andrà al voto l’1 febbraio).

Le affermazioni colorite e le spacconerie che hanno sinora costellato l’avvicinamento di Trump alle primarie possono essere viste sotto una chiave di lettura diversa da quella adottata implicitamente nella maggior parte dei casi, che le ritiene connaturate alla personalità di Trump, affetto da un inguaribile mania di protagonismo e sostanzialmente per nulla abituato ai normali toni della dialettica politica, e considerate alla luce della situazione presente vissuta dagli Stati Uniti in generale e dal Partito Repubblicano in particolare. Nell’azione politica del 70enne imprenditore newyorkese, infatti, le esternazioni di clamore acquisiscono importanza praticamente eguale alle dichiarazioni programmatiche esposte al momento della candidatura. Esse vanno analizzate tenendo conto dell’ambiente di provenienza di Trump che, unico tra i candidati repubblicani, è riuscito a sfruttare le sue capacità di businessman e a fare della sua candidatura un vero e proprio brand, riuscendo a spiccare per personalità nella mediocrità generale dei pretendenti alla nomination repubblicana. Troppo incerto Ted Cruz, poco incisivo Rubio, troppo fratello di George William quel Jeb Bush che, forse per il peso del cognome che porta, era considerato da diversi analisti politici come un serio pretendente alla Casa Bianca: nei fatti, nessuno dei principali avversari di Trump riesce a suscitare alcun tipo di clamore, né si possono riscontrare sinora dichiarazioni di particolare originalità politica da parte loro. Trump ha capito uno dei principali assiomi che trovano puntuale applicazione nei periodi caldi prima delle presidenziali USA: per avere concrete possibilità di esser designati e concorrere alla massima carica della nazione, i candidati devono saper far parlare di sé, tenendo alto un livello di attenzione nei loro confronti in modo tale da potersi presentare agli elettori come personalità forte e carismatica.

Bisogna tenere in considerazione la netta separazione che divide, nella concezione americana, la corsa alla nomination dalla decisiva contesa per l’accesso alla Casa Bianca: per conseguire il successo nella prima bisogna saper essere, prima ancora che validi uomini di Stato, navigati uomini “di partito”, riuscendo a ottenere consensi in tutte le varie correnti di cui i due principali partiti USA sono divisi e a conquistare tra gli elettori interessati a partecipare ai caucus la nomea di personalità carismatica che, se designata, possa dimostrarsi in grado di puntare seriamente alla presidenza. Solo in seguito, una volta decisi i contendenti, entrano veramente in scena con tutto il loro peso decisivo le dichiarazioni programmatiche e tutta una serie di variabili legate tanto alla situazione contingente del paese quanto a precise dinamiche sociali e politiche (come ad esempio la preferenza per i cittadini di un particolare gruppo etnico per uno dei due candidati), che contribuiscono a rimodellare in corsa la personalità e gli obiettivi degli aspiranti presidenti.

Nella gestione della prima dinamica, quella interna ai partiti, Trump si è dimostrato sin da subito navigato. E proprio per questo le sue esternazioni sono da considerare nella logica complessiva della particolarissima (per usare un eufemismo) dialettica del Partito Repubblicano. In crisi di identità e senza un vero indirizzo preciso, una considerevole parte degli storici aderenti del Grand Old Party ha virato su Trump proprio perché, per il suo stesso atteggiamento, trasmette una maggiore sicurezza, una decisione decisamente superiore a quella mostrata dai titubanti avversari. Prima ancora che rudimentali gaffe, quelle di Trump sono durissime stilettate lanciate nella consapevolezza di potersi permettere di farlo. Gli elettori repubblicani difficilmente puniranno la spacconata più recente del candidato (“potrei sparare a un uomo per strada senza perdere voti”) proprio perché le alternative sono troppo frammentate e incoerenti tra loro per potergli opporre una resistenza efficace. Come detto, del resto, oltre agli atteggiamenti di Trump anche il programma elettorale stesso con cui si presenta ai caucus repubblicani risponde alla sua strategia. Da anni, infatti, Trump si dichiara forte sostenitore della linea più strettamente conservatrice, e nel messaggio che intende trasmettere ai suoi elettori ciò traspare palesemente, a partire dallo slogan stesso scelto per la campagna presidenziale, che sembra esser stato studiato apposta per far sì che ulteriori fari venissero puntati sulla sua persona.

Make America great again!, slogan per nulla originale e ripreso pari pari dalla campagna elettorale di Ronald Reagan del 1980, riassume in poche parole e in maniera efficace la concezione di fondo che Donald Trump ha della sua corsa alla Casa Bianca. Nell’idea di Trump, infatti, l’America deve fare il possibile per riconquistare il suo ruolo di primo attore dello scacchiere mondiale ed essere spavaldamente orgogliosa di esserlo. Il mai compiutosi e declinante secolo americano è ritenuto potenzialmente a portata di mano, così come quel rinnovamento dell’American Dream tanto spesso citato nel programma. Sebbene non sia una novità per gli esponenti più strettamente conservatori richiamare ideali vagheggiati o remoti per far presa sui sentimenti e le emozioni dei votanti, in Trump è sorprendente l’insistenza con cui essi vengono associati a un programma decisamente votato all’attacco e, soprattutto, rappresentanza di un uomo che, nella sua lunga carriera nel mondo degli affari, ha sempre dimostrato pragmatismo piuttosto che idealismo. Nel concreto, i punti salienti della campagna elettorale di Trump sono cinque, e non presentano sostanziali tratti di discontinuità rispetto alle dichiarazioni da questi formulate riguardo le politiche che riteneva più efficaci in caso di attuazione ben prima della sua discesa in campo: la riforma fiscale proposta è figlia di primo letto della tradizione dei conservatori, favorevoli a un’eclissi sempre maggiore della tassazione dei contribuenti, ed è nelle intenzioni di Trump costruita a uso e consumo della classe media, principale bacino elettorale in cui il magnate si propone di sfondare per proseguire nella sua marcia. Vecchio pallino dei conservatori è anche la riforma del sistema di assistenza ai veterani di guerra, a cui Trump propone di dare il via per garantirgli maggiore efficienza.

La difesa del Secondo Emendamento, ovverosia del diritto per qualsiasi cittadino di portare con sé armi da fuoco, e la contestatissima proposta di bloccare l’ingresso entro le frontiere agli immigrati di religione musulmana (e di porre forti freni all’afflusso di cittadini messicani) sono probabilmente i più famosi tra i propositi di Trump, e di questo oramai si sa più o meno ogni cosa. Più significativa del contenuto stesso è forse la modalità con cui esso viene presentato in entrambi i casi: Trump inquadra entrambe le “battaglie” nel contesto di una grande lotta per dei diritti ritenuti indisponibili o, addirittura, per la difesa stessa della “civiltà americana”. È difficile per chi osserva da oltre Atlantico pensare che tali motivazioni possano essere prese come cavallo di battaglia da milioni di persone, eppure negli USA vi è uno schieramento non indifferente a favore delle prese di posizione ultraconservatrici di Trump, che riesce a fare di tutta l’erba un fascio, portando a marciare sullo stesso cammino queste due proposte apparentemente slegate tra loro, ma che sono presentate al pubblico come vitali misure necessarie a preservare l’identità americana. Un’identità che i conservatori cristallizzano, trincerando l’America sulle sue posizioni da questo punto di vista, attaccando con forza il multiculturalismo anche alla luce delle difficoltà che il modello ad esso ispirato sta vivendo nell’Europa di oggi.

Se gli immigrati sono visti come la personificazione delle forze che contribuiscono a rammollire la società americana, la Cina è presa ad emblema della sfida internazionale alla superpotenza americana e, nel programma politico di Trump, è ritenuta il maggior avversario sul piano geopolitico. Dato che la politica estera è il tema con il quale maggiormente i candidati presidenti rischiano di bruciare la propria candidatura, Trump ha inteso la contesa essenzialmente sul piano economico, nel quale è decisamente più ferrato rispetto che in materia di diplomazia e soprattutto si caratterizza come il principale motivo di interesse per il principale target su cui cerca di fare perno, ovverosia quella classe media le cui principali istanze sono relative proprio alla stabilità patrimoniale. Trump promette in questo caso una revisione massiccia dei trattati di commercio con la Cina, ritenuti a suo parere capestri per gli USA, da operarsi attraverso la riduzione del peso cinese nel debito pubblico americano, la limitazione della cooperazione industriale tra società americane e cinesi, l’imposizione di un giro di vite sulle leggi di proprietà intellettuale, ritenute facilmente sfruttabili dai competitori e, non da ultimo, una pressione militare maggiore attraverso il dispiegamento di reparti militari nel Sud Est Asiatico e in Corea. Nella concezione di Trump, dunque, la minaccia militare è strumento dell’offensiva economica, a sua volta manifestazione della rinnovata volontà di potenza dell’America.

Si può dunque tracciare un filo rosso nella concezione politica globale del vulcanico newyorkese: piuttosto che applicare alla sua figura semplificazioni di comodo e fuorvianti, come può essere quella secondo cui Trump sarebbe né più ne meno che un “fascista”, è più corretto considerare Trump non come un “cane sciolto” ma come il portavoce dell’ala più intransigente e radicale del Grand Old Party, uno schieramento ultraconservatore a lungo ignorato dagli analisti, che preferivano limitare la propria analisi al ritorno in auge della dottrina dei Neo-Con ma hanno sottovalutato l’espansione di questo nuovo importante attore della politica USA. Le ragioni dell’ascesa di Trump possono essere ascritte in ultima istanza alle grandi difficoltà fatte registrare in ogni campo dagli USA, la cui popolazione vive da anni orami alle prese con l’instabilità economica, la disoccupazione e l’instabilità sociale e i cui politici si trovano a gestire la fase di maggior criticità per la potenza internazionale degli USA, che si trova ovunque incalzata dai suoi diretti concorrenti. Questa situazione ha condotto a un generale aumento della disaffezione verso i politici di professione, e favorito l’ascesa di una figura di fama vista come estranea ai tradizionali giochi di potere e spinta da un programma che sin dal suo slogan non celava affatto le sue ambizioni ultime, ovverosia la restituzione della grandezza perduta agli USA. Un obiettivo a cui, lo dimostrano i numeri, tiene in maniera particolare un gran numero di americani. Tra retorica, ideologia e radicalismo, tra spacconate, frecciatine agli avversari e dichiarazioni di ostentata sicurezza per i risultati, Trump è a breve atteso alla prima prova dei fatti. Sul lungo termine, la maggioranza relativa nei sondaggi a livello nazionale non assicura la conquista della nomination, per capire se Trump possa aspirare realmente alla presidenza bisognerà attendere i risultati dei primi caucus e capire quanto effettivamente sarà polarizzato uno schieramento repubblicano nel quale non si può prevedere con certezza quale sarà la corrente che preverrà su tutte le altre.