La guerra fredda tra Cina e Taiwan rischia di scaldarsi. La tensione nello stretto di Formosa cresce, mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, continua ad alimentare lo scontro con Pechino. La telefonata alla leader di Taipei, Tsai Ing-Wen, dello scorso novembre, aveva provocato una vera e propria crisi diplomatica tra Washington e Pechino, parzialmente rientrata grazie all’intervento pacificatore dell’allora presidente Barack Obama che aveva rassicurato i cinesi. L’isola di Taiwan, formalmente non riconosciuta dalla quasi totalità della comunità internazionale (Stati Uniti inclusi), è considerata da Pechino una “provincia ribelle”, parte integrante della nazione cinese che, prima o poi, tornerà ad essere unita. La vittoria alle elezioni taiwanesi dello scorso anno del Democratic Progressive Party (DPP) ha complicato il processo di normalizzazione. Una situazione esasperata dalle mosse del nuovo presidente americano. Gli Stati Uniti, storici protettori politico-militari dell’indipendenza dell’isola di Formosa, puntano a usare la questione taiwanese come strumento nelle relazioni sino-americane.

L’amministrazione Trump ha individuato nella Cina il nemico numero uno. Con i tweet al veleno su questioni come il commercio o la politica cinese nel mar cinese meridionale, il tycoon ha dimostrato tutta la sua ostilità nei confronti di Pechino. La telefonata dello scorso mese alla leader taiwanese è stato solo l’ultimo atto di una campagna anti cinese iniziata già durante le primarie per la nomination repubblicana. I dubbi lanciati da Trump sulla One China policy hanno allarmato i cinesi e prodotto un’escalation continua nell’area. Lo scorso mese lo stretto di Formosa è stato teatro di provocazioni, esercitazioni militari e “passeggiate” di portaerei. Una tensione che ha provocato una due giorni di esercitazioni militari delle forze armate taiwanesi. La polarizzazione della società di Taiwan rischia di spingere la leader Tsai Ing-Wen su posizioni più oltranziste. Il malcontento, suscitato da anni di governo del Kuomitang, considerato troppo “morbido” con la Repubblica popolare, ha portato alla luce il revanscismo anti Pechino. Taipei, sotto la leadership del DPP, ha voltato le spalle alla Cina. Taiwan vede in Donald Trump un possibile alleato, ma l’insofferenza dei taiwanesi alle richieste cinesi potrebbe complicare ulteriormente la questione.

Lo stretto di Formosa

Lo stretto di Formosa

L’atteggiamento della nuova amministrazione americana non fa che gettare altra benzina sul fuoco. Le provocazioni anti cinesi di Donald Trump se da un lato aumentano il potere contrattuale di Washington sulle questioni economico-commerciali con Pechino, dall’altro stanno portando le relazioni sino-americane ai minimi storici. Sono in tanti all’interno del gabinetto di Trump a chiedere politiche più aggressive nei confronti della Cina. Tra tutti Peter Navarro, capo del neonato Consiglio per il commercio della Casa Bianca. Una nomina tutt’altro che casuale. Le posizioni poco concilianti di Navarro e del suo team, sembrano, del resto, condivise anche dal segretario di Stato, Rex Tillerson, che aveva addirittura pensato di bloccare militarmente l’accesso cinese alle isole Spratly, oggetto della contesa nel mar cinese meridionale. Il caos all’interno dell’amministrazione Trump e la scarsa esperienza di molti tra ministri e advisor, hanno creato situazioni spesso contraddittorie soprattutto in Asia. L’abbandono del TPP, ad esempio, è un vero e proprio regalo per la Cina. Inizialmente esclusa dal progetto, Pechino ha ora la possibilità di costruire la sua alleanza commerciale tagliando fuori Stati Uniti e alleati, tra cui Taiwan. La fiducia riposta da Tsai Ing-Wen in Trump e nel suo scetticismo verso la Cina, difficilmente sarà ripagata. Taiwan potrebbe trovarsi inghiottita nello scontro tra le due grandi potenze per il controllo del commercio globale e cadere vittima delle sue stesse ingenuità. Difficilmente Donald Trump abbandonerà la One China policy.

Gli Stati Uniti non hanno intenzione di “morire” per Taiwan. Difendere Taipei è un’arma negoziale funzionale al raggiungimento di un potenziale accordo economico-commerciale che stabilisca parità e reciprocità nelle relazioni sino-americane. Un obiettivo che Trump è pronto a raggiungere anche a costo di provocare inutili e dannose tensioni nell’area. L’Asia sarà il prossimo focolaio di tensioni. Non solo Taiwan, il dispiegamento da parte di Washington del sistema antimissilistico THAAD in Corea del Sud ha suscitato vive proteste in Cina e in Russia. Ufficialmente schierato per difesa contro eventuali attacchi da parte del regime nord coreano, lo scudo missilistico è percepito come una vera e propria minaccia da parte della Cina. Puntati su Kim Jong-un, in realtà, i missili puntano dritti su Pechino. La Corea del Nord è diventato uno spauracchio funzionale al mantenimento del sistema di alleanze americano post seconda guerra mondiale in Asia. Nonostante le tensioni, un’escalation militare è piuttosto improbabile, anche se la minaccia dei THAAD incombente sulla Cina, potrebbe favorire nuovi test missilistici da parte di Pyongyang. L’Asia di Donald Trump è in subbuglio. I toni eccessivamente duri e bellicosi del tycoon contro Pechino, non favoriscono la cooperazione e allontanano la risoluzione delle questioni più urgenti come quella sul futuro della Corea del Nord o quella delle isole nel mar cinese meridionale.