La mattina di mercoledì 9 novembre ha visto sorgere il Sole sui seggi elettorali degli Stati Uniti. L’alba ha segnato la conclusione della campagna elettorale più discussa degli ultimi trent’anni: molto più di Bush 2004, che vide la sinistra mondiale sotto shock per la rielezione dell’uomo più odiato d’America. Si può dire che ci siano state due tipologie di reazioni ai risultati delle votazioni tenutesi l’8 novembre: quelle di chi si è svegliato scoprendo che il tycoon avesse scardinato ogni resistenza divenuto il 45mo Presidente degli Stati Uniti; quelle di chi, come me, ha seguito l’intera notte elettorale osservando i partiti combattere Stato per Stato, cambiando colore di minuto in minuto, con i polls che si alternavano sentendosi l’un l’altro. Si sono confermate delle elezioni al cardiopalma, con gli swing states che vacillavano costantemente e dove le contee cadevano di minuto in minuto. Una partita giocata nelle città e nelle periferie, dove Repubblicani e Democratici hanno combattuto per accaparrarsi i voti dei loro serbatoi elettorali di riferimento: minoranze etniche per i primi, anziani e piccola borghesia per i secondi. Una corsa che ha visto numerosi colpi di scena, indicatori di una condizione che il risultato elettorale ha semplicemente cristallizzato: il Partito Repubblicano si è dimostrato nettamente superiore da quello Democratico. Esso non ha semplicemente espresso la carica più alta dello Stato federale: ha dimostrato una capacità di mobilitazione nettamente maggiore, la quale ha saputo alimentare il generale zelo con cui gli elettori repubblicani si sono recati alle urne. Per avere un’idea di quanto sto affermando, si considerino i primi Stati in cui le urne si sono aperte: Kentucky e New Hampshire. Il primo, saldamente repubblicano secondo i dati di Real clear politics, non è stata una sorpresa, al contrario del New Hampshire dove Clinton era data a 43,3% mentre Trump rimaneva fermo al 42,7%. Sin dall’inizio della nottata, i repubblicani hanno fatto sentire il loro peso politico assaltando le contee dello swing state date in cui i democratici hanno riscosso buoni risultati nelle presidenziali passate (fu l’unico a passare da Bush figlio a Kerry nel 2004). La competizione elettorale è poi proseguita in Virginia, dove i democratici hanno conquistato un ruolo trainante, e in Florida, su cui occorre fare alcune premesse: lo Stato di Miami ed Orlando, dato in bilico da settimane su RCP, è da sempre un appuntamento fondamentale durante le elezioni statunitensi sia per il cospicuo numero di Grandi elettori (29), sia per la flessibilità con cui vengono gestite le elezioni.  Non essendoci una legge federale che determini le modalità e le tempistiche di esercizio del voto, ogni Stato dell’Unione fa storia a sé e la Florida è, fra tutti, lo Stato dove le regole sono più flessibili. Il governatore può scegliere ogni dettaglio, dalla durata di apertura dei seggi al loro collocamento, senza dover rendere conto ad alcuna autorità di garanzia. Inoltre, la Florida esercita da sempre un ruolo di influencer notevole agli occhi dell’opinione pubblica – ricordiamo che Bush si giocò la sua presidenza nel 2001 proprio in Florida, dove era governatore suo fratello Jeb -.

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Mappa elettorale

Durante queste elezioni, i democratici hanno trionfato solo nelle città di Miami ed Orlando, perdendo Jacksonville e tutte le altre contee. Per questo motivo la Florida è stata assegnata ai repubblicani, che dopo ore passate nel conteggio dei voti hanno potuto pregustare la vittoria della corsa alla Casa Bianca. Il caso della Florida, sebbene non fosse in atto una rimonta democratica nelle settimane passate, ha lasciato sorpreso il partito di Hillary Clinton, che contava sull’apposito massiccio degli ispanici (che hanno rieletto il senatore repubblicano Marco Rubio). D’altra parte i repubblicani hanno fatto leva sugli anziani, la popolazione più ampia dello Stato assieme a quelle stesse minoranze etniche che, evidentemente, non è andata a votare. Doppiamente paradigmatico è il fatto che il voto si sia di fatto polarizzato in uno scontro fra periferia e centro, dualismo che si è ripetuto pressoché ovunque e che ricalca il fenomeno osservato durante il Brexit, ossia la territorializzazione della dialettica politica. A consentire il trionfo della periferia, la quale non gode della medesima densità di popolazione del grande centro urbano, è per forza di cose la compensazione tramite una massiccia partecipazione alle elezioni, magari agevolata da un ridotto coinvolgimento della controparte. Dati alla mano, è esattamente questo che è successo: qualora gli ispanici e gli afroamericani avessero votato in maniera compatta per Clinton, la vittoria di Donald Trump non sarebbe stata neppure ipotizzabile. Evidentemente, qualcosa è andato storto. A ribaltare i pronostici è stato anche l’iconico caso del Michigan: cruciale durante la campagna elettorale del 2012 (Obama v Romney), ha supportato il presidente democratico con un massiccio voto liberal grazie alle politiche del lavoro varate all’interno della propria legislatura, la quale vide oltretutto l’accordo Fiat-Chrysler in cui il Governo federale esercitò un ruolo di primo piano, salvando migliaia di posti di lavoro. Alle elezioni del 2012 gli operai si ricordarono di Obama, ma l’8 novembre di quest’anno la competizione si è conclusa con una sostanziale parità – anche se Trump è in vantaggio di 0,3% . Tempo fa fu scritto su questa testata qualcosa a proposito del voto operaio a Donald Trump, quando ancora i tempi non erano sospetti: si disse che il voto della classe operaia nei confronti Trump, lungi dall’essere il frutto di un errore di calcolo politico, fosse l’espressione di una condizione sintomatica che vede la sinistra occidentale appiattita su posizioni globaliste e compiacenti la borghesia cosmopolita, escludendo dalla propria elaborazione programmatica quei gruppi sociali che della stessa sinistra sono stati la matrice – per l’appunto, la classe operaia -. Si scrisse che l’economia di mercato, volta alla creazione di una patologica interdipendenza, aveva illuso il mondo occidentale promettendo la conversione nella cosiddetta “economia 4.0”, altamente tecnologica ma incapace di integrare coloro che non riescono a raggiungere gli standard di produttività e competenza richiesti – fattore che, unito alla progressiva deindustrializzazione delle economie occidentali, provoca l’emarginazione sociale di chi rimane indietro -. I risultati elettorali del Michigan hanno confermato questo trend, rivelando come la trasvalutazione della dicotomia destra-sinistra sia ormai divenuta una condizione acquisita – anche se, contrariamente a quanto si crede, è divenuta una condizione vigente solo negli anni della crisi economica (2009-2010), non a seguito del crollo dell’Urss.

A confermare questa commistione ideologica che ha reso Trump il candidato del ” terzo partito”, il partito ostile al grande capitale internazionale, è la lectio di Francesco Costa su come il tycoon avrebbe potuto vincere la competizione elettorale: il giornalista ha evidenziato come, differentemente da quanto si pensa, Trump non sia semplicemente un candidato di estrema destra, bensì rappresenta una commistione di populismo e ideologia che appartiene più all’estrema sinistra – l’antiglobalizzazione, la lotta all’esportazione di capitali, la reindustrializzazione etc -, qualità che lo ha reso un candidato perfetto per concorrere all’interno della dialettica massa-élite, che ha ormai sostituito il binomio destra-sinistra su cui si è fondata la Prima modernità ossia il Novecento. Ted Cruz era un candidato di destra, nel senso più classico del termine. Trump è tutto, fuorché un individuo legato a schemi ideologici da lungo tempo configurati. A dimostrarlo è stata la scalata che ha compiuto all’interno del GOP, sconfiggendo i vari Romney, Ryan e Cruz della situazione e portando il partito su posizioni inedite: mai prima d’ora si è avuto un candidato repubblicano così ostile nei confronti del libero mercato, che dai tempi di Reagan era tornato ad essere un totem ideologico intoccabile nel pantheon repubblicano. Ora a parlare è un presidente che vuole introdurre dazi con la Cina per contrastare la sua manipolazione dello yuang, che vuole far uscire gli USA dal WTO, che vuole stralciare il NAFTA perché indicato come uno dei cardini di quella migrazione economica di cui si è parlato precedentemente. La svolta ideologica ribadita dalla vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali 2016, già determinata con il Brexit, è la ripresa del concetto di sovranità da parte di alcuni ambienti della sinistra antiglobalizzazione, che incorpora in sé la contestazione della struttura economica planetaria attraverso una riproposizione dell’interpretazione del conflitto sociale – inteso naturalmente in senso dialettico – in una prospettiva nazionale. Si tratta di lottare contro la delocalizzazione, l’esportazione di capitali, l’accumulo smodato di surplus finanziario che rappresenta, tra l’altro, la stessa origine dell’imperialismo, come ricordato da Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917). Gli Stati Uniti, in particolare le classi sottoposte autoctone, hanno voluto comunicare il proprio dissenso nei confronti dell’intellighenzia che ha portato ad un nuovo livello di dominio sociale, giustificato dall’apparato ideologico e culturale di stampo liberal. La periferia ha vinto sul centro, l’economia reale sempre più assente si è presa la propria rivincita contro quel 4.0 che ha deluso tanti di quei lavoratori che, oggi, si identificano con Donald Trump. La maratona si è conclusa, i giochi sono finiti. Ora, per quelle persone la cui voce è rimasta esclusa dal dibattito pubblico fino ad oggi, viene il momento più difficile: rimanere vigili. Il prossimo appuntamento è fra due anni, con le elezioni di metà mandato. Staremo a vedere.