“Mi sentirei personalmente offeso qualora i neri non dovessero sostenere Hillary Clinton”. Questo è stato il punto focale del discorso pronunciato dal presidente Obama durante il Black Caucus Foundation, tenuto a Washington il 17 settembre. Mentre, in alcuni Stati come il Nevada, si registra un leggero sorpasso di Donald Trump nei confronti di Hillary Clinton, il Partito Democratico punta sempre più a compattare l’elettorato composto dalle minoranze afroamericane ed ispaniche, tradizionalmente inquadrate all’interno del serbatoio di voti spendibile da parte dei liberal.  Infondo, è stato anche così che Barack Obama è riuscito a conquistare la presidenza degli Stati Uniti: facendo coincidere ideologicamente le tematiche progressiste con le differenze razziali, dottrina ormai ufficialmente abbracciata dal partito e non priva di contraddizioni. La più grande paura per la dirigenza democratica, però, è che Hillary non sia in grado di conquistare l’elettorato afroamericano più giovane, orientato pericolosamente verso l’astensionismo. Per questo durante la convention, tenuta presso l’istituto di ricerca storicamente impegnato nell’analisi della questione afroamericana, Barack Obama ha voluto esporsi personalmente: ribadendo l’importanza del supporto offerto dalla comunità nera non solo alla candidata, ma soprattutto all’idea che entrambi rappresentano: “Il mio nome potrà non essere su quella scheda, ma il nostro progresso è su quella scheda”.

Il tema razziale, lungi dall’essere stato accantonato con l’abolizione del segregazionismo, è dunque ancora particolarmente forte all’interno dell’opinione pubblica americana ed il nome “Clinton” sconta i demeriti della presidenza di Bill: la popolazione afroamericana, infatti, non ha mai digerito il crime bill del 1994, il quale ha inasprito il trattamento di reati di droga minori e ridotto l’assistenza per i poveri di circa 55 milioni di dollari in 6 anni.  Non è tuttavia un caso che l’appello del Presidente giunga in questo momento. Il discorso di Obama coincide con l’avvio dell’impiego di 55 000 volontari per realizzare più di 2000 campagne di registrazioni elettorali in North Carolina, Ohio e Pennsylvania. L’imponente mobilitazione è volta a concretizzare i consigli dei consulenti ingaggiati per organizzare la campagna elettorale di Hillary Clinton, i quali danno seguito alla volontà di Obama di trainare il voto delle minoranze etniche, visto e considerato il fatto che le classi meno abbienti, bianche o nere che siano, continuano a non essere particolarmente attratte dal messaggio dell’ex first lady.

In precedenza abbiamo già avuto modo di delineare la questione del legame, più forzato che altro, fra ideologia liberal ed appartenenza etnica: il casus belli è stata la visita di Donald Trump presso la chiesa dei Graith Faith Ministries, frequentata da comunità afroamericane che hanno dimostrato, al contrario delle previsioni, di poter condividere il messaggio promosso dal leader repubblicano. Un messaggio che si intreccia inevitabilmente con la dialettica fra le classi che i democratici hanno abilmente convertito in dialettica fra le etnie: non si tratta più – come ingenuamente si potrebbe credere – dello scontro fra i lavoratori e chi esporta capitali, industrie e tecnologia in mercati dove le tutele lavorative sono più congegnali, magari approfittando della minor trasparenza fiscale. La questione, per Obama e per i democratici, è ancora la contrapposizione fra bianchi e neri, fra razzisti e vittime. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

Trump, in quella chiesa, ha dimostrato che non è tutto oro quello che luccica: i lavoratori, a prescindere dalla loro appartenenza etnica, soffrono le stesse dinamiche di mercato e chiedono la stessa risposta. Chi persevera nel sostenere la visione dei democratici, al contrario, non mira alla possibile unione dell’elettorato volta a realizzare un unico progetto di riscatto e contrasto nei confronti dell’espansione globalista del capitale, che appiattisce il lavoratore rendendolo parte di un meccanismo dai componenti totalmente intercambiabili. Divide et impera: finché i democratici riusciranno a convincere il proprio elettorato che il problema sia il razzismo e non il capitalismo finanziario di cui essi stessi sono divenuti l’ancella, non potrà verificarsi la creazione di quello spirito di scissione capace di accomunare, una volta per tutte, le differenti anime etniche che compongo gli Stati Uniti d’America.

Le mura di cui ha parlato Obama nel discorso tenuto alle Nazioni Unite il 20 settembre, le quali minaccerebbero di imprigionare la nazione stessa, coincidono tristemente con i confini all’interno di cui è stata relegata la lotta per l’emancipazione sociale del popolo americano. Una lotta che non vede più gli sfruttati contro gli sfruttatori ma si fa paga di assistere al depotenziamento dell’iniziativa rivoluzionaria ed anti-elitaria. A questo punto, Presidente, crediamo che qualcun altro debba sentirsi offeso.