Donald Trump ha, dal momento del proprio insediamento, scatenato le fantasie dei sovranisti e degli identitari di tutto il mondo. Di lui si è detto che sarà l’alfiere del sovranismo globale, che cancellerà la Nato e infliggerà un colpo mortale all’Europa dell’Euro. Ma al di là delle semplicistiche interpretazioni di certa politica europea, preoccupata dallo sfruttare a proprio vantaggio il successo del presidente americano e sempre vittima di provincialismo nei confronti delle grandi potenze e dei loro rappresentanti, sintomo di un’assenza di riferimenti interni, se Trump rappresenta a ragione un grosso affronto per l’establishment globalista e mondialista e della sinistra “politically correct”, prova ne è la cancellazione del famigerato Trattato Trans Pacifico (TPP), è bene che si inquadri la sua futura azione politica e diplomatica in un contesto realistico.

Si è detto, non a torto, che il mondo multipolare che va ormai formandosi vedrà diverse zone d’influenza con diversi interessi. Ebbene, l’interesse americano non è e non sarà mai il medesimo degli europei, dei cinesi o dei russi e questo deve essere chiaro. Oggi l’interesse americano, a giudicare dalle prime mosse in termini di politica estera dell’Amministrazione Trump, è quello di costruire un asse molto stretto con l’altra e principale nazione atlantica, il Regno Unito che, reduce dalla Brexit, si colloca anche sul medesimo asse ideologico. Un asse, quello angloamericano, che se da un lato si basa in questo momento su un netto rifiuto del mondialismo politico ed economico e della tecnocrazia “liberal” europea, dall’altro, ha nella propria stretta identità anche un marcato liberismo economico di matrice protestante che nell’identitarismo conservatore oggi al governo sia a Londra che a Washington trova piena espressione.

May e Trump durante il loro primo incontro a Washington il 27 gennaio scorso

May e Trump durante il loro primo incontro a Washington il 27 gennaio scorso

Ecco spiegate, senza troppi misteri o dietrologie, le cancellazioni da parte del neo presidente Usa dell’”Obamacare” in campo socio-sanitario e del Dodd-Frank Act in campo finanziario, unici elementi di regolamentazione in due settori altrimenti quasi completamente gestiti dai privati. E’ così rimasto deluso chi si attendeva una rapida reintroduzione del Glass Steagall Act, la separazione tra banche commerciali e banche d’affari varata dopo la crisi del ’29 e cancellata settant’anni dopo dall’amministrazione democratica di Bill Clinton, scelta che ha costituito il principale viatico verso il disastro finanziario del 2008. Tale scelta del resto è pienamente contestualizzabile nel panorama americano se si pensa che ad esempio l’”Obamacare”, criticata come misura statalista, prevedeva in realtà semplicemente una contrattazione agevolata attraverso piattaforme governative con operatori privati per tutti coloro che non potevano accedere al libero mercato, obbligandoli di fatto a stipulare una polizza sanitaria.

Per Trump la Cina è l’avversario commerciale numero uno degli Stati Uniti e quindi è evidente come questo suo atteggiamento aggressivo possa sottintendere la volontà di piegare i cinesi a un atteggiamento più equilibrato in vista del loro futuribile ingresso tra le nazioni con lo status di economia di mercato del Wto, meta ultima agognata dalla Repubblica Popolare.

Ma deluso è rimasto anche chi si attendeva una svolta a 360 gradi sul fronte della politica estera. Innanzitutto, in piena contraddizione con la volontà di pacificazione con la Russia di Putin, Trump ha subito attaccato i due principali alleati di Mosca: Cina e Iran. Non è una sorpresa, già in campagna elettorale “The Donald” aveva rivolto pesanti accuse ai due Paesi. Sembra francamente difficile scorgere una strategia nell’incredibile contrasto tra queste due volontà politiche, quella della pace col Cremlino e quella di uno scontro con Teheran e Pechino. Con i cinesi le cose sono andate discretamente male fin dal primo momento. Le sparate su un possibile riconoscimento di Taiwan come autonoma controparte diplomatica hanno provocato reazioni dure da parte cinese, già da tempo ai ferri corti con gli Stati Uniti nel mar cinese meridionale. Per Trump la Cina è l’avversario commerciale numero uno degli Stati Uniti e quindi è evidente come questo suo atteggiamento aggressivo possa sottintendere la volontà di piegare i cinesi a un atteggiamento più equilibrato in vista del loro futuribile ingresso tra le nazioni con lo status di economia di mercato del Wto, meta ultima agognata dalla Repubblica Popolare.

Con l’Iran, oltre alle minacce sulla fine del “nuclear deal” e all’introduzione di nuove sanzioni unilaterali per i test balistici, è arrivata la tegola dell’ordine esecutivo che vietava l’ingresso a tutti i siriani fino a nuovo ordine e per 90 giorni ai cittadini di Iran, Iraq, Yemen, Somalia, Sudan e Libia, per il pericolo terrorismo. L’ordine, poi rigettato da quattro magistrati con la scusa di incostituzionalità, ha fatto riemergere tutti gli antichi pregiudizi degli americani contro l’Iran, Paese che in realtà con il jihadismo globale ha ben poco a che spartire, essendone uno dei principali avversari in buona parte degli scenari di crisi. Tale atteggiamento ha provocato la reazione della guida spirituale dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, il quale ha duramente replicato affermando che Trump “rivela il vero volto dell’America”, concetto del resto espresso anche dal “re” degli hacker, Julian Assange, patron di Wikileaks, che ha definito Trump un “lupo vestito da lupo” a differenza del “lupo vestito da agnello” Obama. E in effetti la definizione è calzante, “The Donald” a differenza del predecessore non ha peli sulla lingua ed è trasparente, nel bene e nel male.

La questione ucraina, in una vignetta di Carlos Latuff

Questa strategia, al netto delle convinzioni delle destre politiche su un fantomatico asse Putin-Trump, rischia in realtà di condurre a un’escalation delle tensioni con l’alleanza sino-russo-iraniana che non può che essere preoccupante.

Anche con Israele, vecchio alleato degli Usa, il comportamento della nuova amministrazione è stato piuttosto schizofrenico: da un lato l’invito, in apparente continuità con l’era Obama, a non ampliare gli insediamenti in Cisgiordania oltre i confini già esistenti, monito che da un brutto colpo alla volontà del governo israeliano di costruire 2500 nuovi alloggi proprio in quell’area, dall’altro la proposta di spostare l’ambasciata a Gerusalemme e la promessa di stretti rapporti in termini di cooperazione militare, di fatto già avviati con tavoli di lavoro tecnici in vista dell’incontro tra Netanyahu e “The Donald” previsto per questo mercoledì, 15 febbraio. L’impressione generale però è che con Tel Aviv e Londra Trump voglia ricostruire lo storico e collaudato asse geopolitico americano, rafforzando i rapporti anche con i tradizionali alleati del Golfo, come l’Arabia Saudita, mai toccata dalla retorica “trumpista” sul terrorismo islamico e anzi recentemente premiata, nella figura del suo Ministro dell’Interno, il Principe Mohammed bin Nayef, per i suoi sforzi nella “lotta al terrore” dal direttore della CIA Mike Pompeo. Altresì è evidente il tentativo di isolare la Russia rispetto al “blocco eurasiatico” costituito con cinesi e iraniani, strategia di dubbia riuscita se si pensa ai numerosi strumenti di cooperazione ormai istituiti tra questi tre Paesi e di abbandonare al proprio destino l’Unione Europea integralmente dominata dalle elites mondialiste e proprio per questo incapace di superare una crisi socioeconomica che ha ormai assunto una forma cronica.

 

Questa strategia, al netto delle convinzioni delle destre politiche su un fantomatico asse Putin-Trump, rischia in realtà di condurre a un’escalation delle tensioni con l’alleanza sino-russo-iraniana che non può che essere preoccupante. Tuttavia, proprio la “schizofrenia” diplomatica di Washington, che palesa le già menzionate e

Il legame sempre più coeso tra Cina e Russia costituisce per gli USA una seria preoccupazione

Il legame sempre più coeso tra Cina e Russia costituisce per gli USA una seria preoccupazione

forti fratture interne all’establishment statunitense, indicano come sia davvero troppo presto per dare un giudizio definitivo e altresì equidistante dall’influenza delle varie “tifoserie” politiche in merito al nuovo inquilino della Casa Bianca. Un inquilino certamente identitario e, proprio per questo, intrinsecamente americano.