Che i sistemi politici, insieme con gli apparati mediatici, siano degli utili agenti di mobilitazione/costruzione dell’opinione pubblica è uno dei dati oggettivi che determina la natura “plurale” e “democratica” delle anacronistiche e viziate forme di governo attuali; per non parlare delle pratiche censorie (nelle molteplici modalità procedurali: reclusione, fustigazione, condanna a morte) attuate dai fautori dei modelli “inclusivisti ed occidentali” in quei paesi membri di organismi di pace, ma di fatto, compratori di appezzamenti territoriali utili a garantire lo smistamento dei “nuovi” soggetti minoritari. Ebbene, mentre i politici a stelle e strisce gestiscono gli aspetti logistici relativi al fenomeno “normalizzazione della migrazione” nella culla dell’occidente, insieme al presidente turco Erdogan, e rievocano incontri precedenti tra le altre facce del potere; mentre l’esercito siriano, grazie al massiccio intervento russo riesce, di fatto, a riconquistare le roccaforti dei miliziani jihadisti di Daesh, a fronte di innumerevoli buoni propositi decantati da grandi coalizioni anti-ISIS, e a pochi giorni dall’ultimo round relativo ai colloqui di Ginevra, istituiti per ottemperare all’obbligo morale concernente la “Pace in Siria”, ed infine, mentre Cremlino, Hezbollah e Cina, scendono in campo e si battono per difendere la vera identità siriana; le politiche di delegittimazione mediatica anti-Assad prendono campo e non lasciano spazio a fraintendimenti di sorta.

Il “Documento alawita”

“Dichiarazione di riforma dell’identità”: questo il testo performativo e destituente. Ѐ pubblicato ed evocato dalla stampa occidentale, prolungamento, forse, del sistema politico rappresentante i membri della famigerata coalizione? Non è dato sapere. Ecco, però, i dati: un’inchiesta, condotta, pare, in termini più che democratici, tra i molteplici livelli del tessuto sociale della cosiddetta “setta” alawita. Secondo quanto riportato dai quotidiani nazionali (e la notizia e riproposta anche dalla stampa araba), la minoranza alawita, da sempre vicina al presidente siriano Bashar al-Assad, decide di stilare una sorta di statuto identitario, elaborato in 35 punti, atto a legittimare delle istanze di regime change ed istituire “finalmente” uno stato laico e democratico in Siria. Un processo di democratizzazione e d’inclusione della minoranza, quello evocato dal documento. Ma vediamo nel dettaglio. Una premessa, che presenta la “comunità immaginata” dei richiedenti. Una rievocazione storica basata, ancora una volta, su una politica confessionale e retoricamente etno-settaria (nonostante quanto asserito nelle dichiarazioni), l’uso della dimensione religiosa come pratica di legittimazione del sé ed il ricorso a politiche d’inclusione all’interno di sistemi politici definiti ora “autocratici”, ora “dittatoriali”. La terza identità: lo scontro di civiltà è superato. I nuovi soggetti, il cui intento è quello di accedere ai colloqui di pace di Ginevra e far valere la propria voce, si propongono come «terzo modello dell’islam, dentro l’islam»; superando discendenze altre. Le richieste: «un’unità politica della Siria, all’insegna della laicità e dello Stato di diritto, in cui la legittimazione del potere passa attraverso il consenso democratico». Segue, una richiesta di cambiamenti al vertice di Damasco. Le quattro “famiglie” che, secondo quanto riportato dai media, compongono la setta alawita, avanzano richieste relative a provvedimenti riformistici che, a detta loro, non posso essere istituiti con l’attuale presidente: «Con lui al potere, non ci saranno riforme». Ma è alla fine della dichiarazione, che si scorge la richiesta più importante: «Ѐ necessario un cambiamento per fasi, monitorato dalla comunità internazionale” e ancora “Non siamo contro Assad come persona, siamo contro il sistema». Nota conclusiva della dichiarazione d’intenti, più che di identità, rivolta agli occidentali e agli Usa: «L’occidente deve capire che durante il cambiamento di regime, gli interessi di tutti i gruppi etnici e religiosi vanno tenuti in considerazione altrimenti si assisterà ad un genocidio». Obiettivo operativo finale: «disegnare una road map per la pace» e ancora «accettare un presidente sunnita a capo però di una stato laico che rispetti tutte le religioni». Che il fenomeno oggetto della dichiarazione sortisca molteplici effetti è piuttosto appalesato, non già dalla natura misconosciuta dei soggetti richiedenti o piuttosto, dalle richieste ossimoriche avanzate; ma dagli eventi pregressi, all’interno dello scenario internazionale connotato da una politica conflittuale e da attori sempre più protagonisti di alleanze tattiche e strategie della “tensione”. Il ricorso al principio del settarismo e all’inclusione di tale precetto nella costituzione,infatti, ha origini risalenti al 1973. Ma per comprendere, il senso politico della seguente attestazione identitaria è necessario decostruire il contesto geopolitico di produzione del medesimo. Gli attori: una Repubblica Siriana, che secondo quanto previsto dall’art. 1 della costituzione è: «Uno stato democratico, popolare, socialista e sovrano». Una Repubblica la cui compagine etnica è rappresentata da gruppi musulmani di cui il 16% alawiti, sciiti e drusi; ma anche da diverse confessioni cristiane, pari circa al 10%. Un presidente eletto l’11 luglio del 2000 con il 97,2% dei consensi al referendum presidenziale. Un testo costituzionale precedentemente “emendato” a proposito della rilevanza della dimensione religiosa (sunnita) all’interno del sistema politico. Una minoranza politica e “religiosa” al governo, ed un’opposizione plurale, rappresentata da “ribelli moderati” ed altre soggetti politici/militari; un partito non confessionale. Per contro, coalizioni occidentali e non che combattono sul campo di battaglia siriano, ora sfruttando la situazione destabilizzata, ora rivendicando identità plurali.

La soluzione: colloqui di pace, analogie e differenze

Per comprendere la natura plurale del fenomeno descritto è necessario fare un passo indietro e risalire al I Febbraio 2016, data in cui furono istituiti i colloqui di pace di Ginevra, il cui obiettivo è quello di porre fine all’instabilità stabile della Siria. Gli attori? La delegazione del governo di Damasco da una parte, i rappresentanti dell’opposizione, che formano l’Alto Comitato dei Negoziati (altrimenti definito con l’acronimo inglese HNC) e tra le parti, l’inviato dell’Onu in Siria, De Mistura. Articolati in forma indiretta, scandagliati in tre round, i negoziati sono un utile pedina per capire quanto accaduto. I Febbraio 2016: De Mistura incontra la delegazione dell’opposizione al regime, e non i rappresentati del governo di Damasco. Un secondo vertice, pertanto era previsto, ma fu presto rimandato in data 25 febbraio. Risultato: l’inviato faceva la spola, nessuna soluzione di pace. Inoltre, la Turchia aveva posto il veto alla presenza dei rappresentati delle milizie curde dell’Ypg durante i negoziati; ed il capo della delegazione siriana Bashar Jaafari rispondeva alle accuse, mosse dall’opposizione, in merito ai presunti crimini di guerra contro i civili; ricordando il ruolo determinante della Turchia e dei Paesi del Golfo nell’esclusione del Rojava dal tavolo delle trattative. Segue il secondo incontro in data 14 marzo: Obiettivo: mettere fine alla guerra siriana in corso dal 2011. Soluzioni: nuovo governo, nuova costituzione, nuove elezioni. Dunque, governo inclusivo, democratico e laico. In tale circostanza, pare che i membri della coalizione occidentale abbiano accusato il governo di Damasco di volere osteggiare i negoziati, ponendo come condizione necessaria la “ linea rossa” del presidente Assad. Obiettivo, dunque, focalizzare la trattativa sulla “transizione politica”. Il primo round, terminato il 24 marzo scorso, propone agli aderenti: non solo la realizzazione di un esercito nazionale e unificato, ma prevede altresì, in un vademecum di 12 punti, la richiesta di contrastare supporto finanziario ai gruppi terroristici. A pochi giorni, dal round conclusivo, De Mistura ricorda, come non ci si aspetti una soluzione, ma almeno: «una road map» e ancora, dopo avere incontrato il gruppo consultivo delle donne siriane ha manifestato la sua volontà circa le quote rosa in presidenza nel governo di Damasco. Ed ecco i quesiti: perché le milizie curde sono escluse dalla trattativa, poiché concepite come gruppo terroristico dall’opposizione, mentre i gruppi aderenti alla medesima hanno una rappresentanza politica? Perché il documento di cui sopra solleva questioni identitarie legate ad una minoranza cui appartiene pure il presidente? Siamo in presenza di una “risoluzione” o di una estromissione? Perché la determinante che decreterebbe la fine della guerra alias regime change, alla stregua di quanto avvenuto altrove, è la destituzione di Assad?