di Francesco Manta

Nonostante la perestrojka, accompagnata dalla Caduta del Muro di Berlino abbia donato al mondo una fase di integrazione tra i blocchi contrapposti creati in seguito al secondo conflitto mondiale, ciò che si trovava ad Est della Cortina di ferro ha rappresentato sempre, nell’immaginario comune, un territorio ostile ed inospitale agli occhi del civilizzato ed emancipato Occidente del mondo. All’alba del terzo millennio, però, un numero sempre crescente di europei ha scommesso sul potenziale economico e culturale slavo, andando in cerca di fortuna e benessere nell’allora Comunità di Stati Indipendenti, in particolare nella Russia di Putin e degli oligarchi che, grazie ai crescenti proventi derivanti dal mercato degli idrocarburi, sono divenuti in pochi anni i “nuovi arabi”. Molti sono dunque anche gli italiani che, con fatica e un po’ di fortuna, si sono stabiliti a Mosca e nelle altre grandi metropoli della steppa ad Ovest degli Urali, ritagliandosi un ruolo primario e rilevante nel prodotto interno del Paese, integrandosi adeguatamente nonostante le notevoli barriere innalzate da una lingua non proprio intuitiva e comprensibile, una tradizione gastronomica tutt’altro che mediterranea e un retroterra culturale poco avvezzo alla cordialità.

Vivere in Russia, come si può facilmente immaginare, non è facile. L’impatto è sì traumatico e di difficile metabolizzazione, soprattutto per chi, come noi della terra del sole e del mare, si trova a fare i conti con un clima “poco felice”. Eppure la Russia, un po’ come l’Italia del miracolo economico, ha offerto tante opportunità a chi, per scommessa o disperazione, ha deciso di trapiantarci le proprie radici. Il fatto che non sia un “Paese per vecchi” ha reso nel recente passato la Russia una meta preferibile per i giovani italiani che, fino ai 40 anni, sono considerati choosy e bamboccioni da una classe dirigente gerontocratica. Oggi è un Paese che rappresenta un valido esempio di equilibrio tra integrazione multiculturale, essendo tra l’altro una federazione che raggruppa etnie molto differenti tra loro, e una tradizione culturale forte e sentita da tutti, indistintamente. Nella fattispecie, il Made in Italy, in tutte le sue molteplici espressioni, è notevolmente apprezzato. La malcelata ammirazione dei russi nei confronti dell’Italia, più per affinità artistiche e culturali molto retrodatate, fa sì che chi proviene dallo stivale sia accolto con benevolenza e favore.

Le tensioni sul fronte orientale dell’Ucraina, iniziate successivamente ai fatti di piazza Maidan, oltre ad aver prodotto conseguenze nefaste da un punto di vista militare nelle regioni di Donetsk e Luhansk e i capovolgimenti geopolitici che hanno riportato la penisola crimeana sotto la giurisdizione russa, hanno visto l’imposizione di sanzioni contro la Russia di Putin e le contromisure che parimenti hanno penalizzato gli attori dell’economia e del commercio con l’Europa. Come è noto, a farne le spese sono state, tra le altre, anche tante piccole e medie imprese di italiani che da decenni vivono a Mosca e in altre città russe, e che proprio da lì erano ripartiti per ritagliarsi una nicchia di dignità. Eppure, nonostante la posizione filo-occidentale assunta dalla politica italiana di riflesso a quella comunitaria, quelli meno colpiti da queste misure siamo proprio noi italiani, pur molto sacrificati (inevitabilmente), in questa insensata guerra tra poveri. Ci ritroviamo, dunque, sempre a pagare i conti degli altri, screditandoci agli occhi di un Paese che per affinità elettiva tanto ha dato e continua a dare all’Italia, sacrificando il nostro potenziale espresso per cause in cui siamo coinvolti per inerzia e tacita subordinazione.