Tredici anni di Lulismo hanno portato crescita e industrializzazione, permettendo al Brasile di entrare tra le grandi economie del mondo. Non solo, ha anche assunto il ruolo di “gigante sudamericano” che tende la mano ai paesi limitrofi e partecipa attivamente al processo di integrazione latino-americana accelerato sensibilmente da Fidel Castro e Hugo Chavez nel 2004 con la fondazione dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), nella quale è coinvolto con trattati bilaterali. Questa preponderante crescita legittima il governo a poter avere una propria politica estera, degna di uno stato sovrano, ancora lontana però da poter essere definita anti-imperialista come quella di Cuba, Venezuela e Bolivia. Sebbene Dilma Rousseff appoggi il legittimo governo di Assad, nel 2011 si schierò contro Gheddafi (precedentemente “amico” di Lula da Silva) in un’ottica di generale riavvicinamento agli Stati Uniti. Riavvicinamento che c’è stato, ed è in corso, ma che comunque non preclude la sovranità del Brasile.

Queste continue contraddizioni di un paese fondamentale per il continente latinoamericano e per i BRICS lo hanno reso vittima di svariati attacchi, diretti o meno. Basti pensare alle proteste per i mondiali di calcio e alle innumerevoli manifestazioni contro il governo, accusato di non portare avanti una politica sociale che vada di paripasso alla crescita economica. Queste sono state indubbiamente fomentate dall’esterno, da chi fa affari col Brasile ma preferirebbe rivederlo succube e colonizzato culturalmente ed economicamente. La destra filo-statunitense non vede l’ora che cada il governo Rousseff, e fa leva sul malcontento che il Partito dei Lavoratori non è riuscito a mandar via tra le classi meno agiate del paese. Essendo la coalizione di governo composta da vari partiti (dai socialdemocratici ai comunisti), la sinistra interna non riesce più a collaborare con un movimento (il Lulismo) che abbandona progressivamente le sue idee originarie abbracciando sempre più il liberismo. Per questo i consensi di partiti di sinistra, comunisti e trotskisti stanno aumentando a discapito del PT, e i giovani di questi scendono in piazza. Dunque se da un lato c’è la palese strumentalizzazione e fomentazione delle manifestazioni di piazza, dall’altro c’è un sincero malcontento verso il governo e le mancate politiche socialiste che la base proletaria ha chiesto, e chiede, senza concrete risposte.

La situazione è drasticamente peggiorata pochi giorni fa, quando l’alleato di governo Eduardo Cunha ha accolto la richiesta di impeachment per Dilma Rousseff. Cunha è il leader del Movimento Democratico Brasiliano, il partito più liberista della coalizione di governo, e la Presidente è accusata di aver falsificato i conti utilizzando ingenti somme delle banche statali. L’impeachment in sé per sé non sarà un problema, considerando che basterà un terzo dei voti più uno tra senatori e deputati per annullarlo. Il problema è che il “gigante sudamericano” è ora nella morsa dei due estremi della sua coalizione: a destra Cunha e a sinistra Socialismo e Libertà, il Partito Comunista, e altri partiti pressoché irrilevanti. Una situazione immaginabile considerando la natura eccessivamente interclassista del PT e un governo appoggiato da partiti troppo distanti tra loro. È il caso di dirlo: seppur in politica estera, nel processo di integrazione latino-americana e nelle politiche sociali il Brasile di Dilma Rousseff sia da preferire a qualsiasi altro governo formato da liberisti e filo-americani, questa situazione di crisi interna al governo era evitabile solo con politiche veramente coraggiose come quelle Venezuelane o Bolivariane. L’eccessivo interclassismo ha portato, e sta portando, la base proletaria a staccarsi, e neanche la probabile ricandidatura di Lula da Silva come calcio d’angolo servirà a nulla. In tutto questo il vincitore è solo uno: chi aspetta di mettere le mani sul Brasile da decenni.