Mare in tempesta per Dilma Rousseff. La presidentessa brasiliana vive in questi giorni il momento più complicato e turbolento del suo mandato, trovandosi sottoposta a un fuoco incrociato massiccio e colpita ai fianchi dagli ormai noti scandali (primi fra tutti quelli sulle presunte irregolarità in campagna elettorale e la vicenda Petrobras) e dal crollo verticale che ha registrato il consenso nel paese nei confronti della sua amministrazione. Dilma paga in primo luogo le difficoltà riscontrate nel portare avanti un incarico di tale spessore nel contesto attuale che vive il Brasile: agli anni della crescita impetuosa, alla “decade dorata” dunque, è subentrata una fase di assestamento, dovuta innanzitutto alla natura fisiologica dell’economia stessa, nella quale il governo avrebbe dovuto prendere precise misure per mettere in cassaforte le grandi conquiste sociali avutesi nel primo decennio di governo del Partito dei Lavoratori, soprattutto durante la presidenza di Lùla.

Alla presidentessa il compito non è riuscito se non in parte. A livello di politica internazionale, ha infatti seguito con scrupolo le direttrici di espansione tracciate dal grande predecessore, arrivando pochi mesi fa a concludere lo storico accordo di cooperazione con Russia, India, Sudafrica e Cina per la costituzione della Banca dei BRICS, ma sul fronte interno il discorso è ben diverso. La profonda corruzione di buona parte del mondo politico brasiliano ha subito scarsi o nulli contrasti; grandi eventi che avrebbero dovuto essere, nelle intenzioni dell’amministrazione precedente, la vetrina con cui un rinnovato Brasile avrebbe presentato sé stesso agli occhi del mondo hanno prodotto in cambio l’effetto opposto. Le gravi carenze strutturali dimostrate dal Brasile durante i Mondiali di calcio del 2014 hanno avuto infatti un impatto significativo nel calo di consensi della Rousseff, e l’impietoso stato generale (dal campo simile alla “terra di nessuno” di un film bellico all’impianto fatiscente, sino alla posizione stessa, in una remota città nel cuore dell’Amazzonia) del tanto vituperato stadio di Manaus potrebbe essere preso ad emblema delle tribolazioni affrontate dalla Rousseff negli ultimi anni. Allo stesso tempo, Rio viaggia verso le Olimpiadi del 2016 da ombra della città elogiata nel 2009 al momento della selezione della sede: un pauroso tasso di inquinamento dell’acqua è stato di recente misurato; i lavori languono, e la criminalità non tende a diminuire.

In tutto questo, a Dilma va altresì rimproverata l’inadeguatezza dimostrata nella scelta dei suoi principali collaboratori; diversi ministri hanno dimostrato scarso attaccamento alla causa e si sono ritrovati invischiati nei numerosi scandali che hanno costellato il suo mandato; di sicuro, è stato per Dilma una sfortuna il gravoso accavallarsi delle difficoltà, in quanto tutti i nodi sono venuti al pettine nel giro di pochi mesi, a breve distanza dalla tornata elettorale dell’ottobre 2014 che aveva consegnato l’immagine di un paese diviso. La Rousseff aveva infatti sconfitto l’avversario Aecio Neves al ballottaggio di strettissima misura (raccogliendo il 51,64% dei consensi) in gran lunga incassando la rendita degli investimenti sociali fatti dal governo Lùla. La “nuova classe media” di 30-40 milioni di persone ha rappresentato in un primo luogo la più grande fonte di consenso per il Partito dei Lavoratori, ma ora vedendo le proprie aspettative deluse, il proprio volo tarpato e le sue richieste insoddisfatte si è trasformata nel principale centro di opposizione a Dilma, il cui consenso è ora come ora assolutamente ai minimi storici, oscillando nei sondaggi tra il 10 e il 16%.

Il rischio è comunque quello di vedere la presidentessa gravata di colpe non sue. Il Brasile è una nazione enorme, e altrettanto enormi sono state da sempre le disuguaglianze al suo interno. Durante gli anni di lavoro al fianco di Lùla, e in parte nei primi del suo precedente mandato, la Rousseff si è dimostrata capacissima di capire le peculiarità del gigante sudamericano; sicuramente le sue capacità non possono essere venute meno tutte d’un tratto, e il sistema brasiliano non può caricare sulle spalle di una sola persona il compito di rimediare a tutte le sperequazioni insite al suo interno. Considerando che in questi giorni anche le comunità indigene, spinte dalle misure che rischierebbero di dare il via a trivellazioni in Amazzonia, si sono unite al coro di protesta, il rischio per la presidentessa è quello di una procedura di impeachment, che ora come ora rischierebbe di essere quanto mai deleteria per il Brasile nell’insieme. Una caduta dell’esecutivo significherebbe il ritorno al potere delle oligarchie tradizionali; significherebbe veder cancellata una stagione di riforme tra le più significative della storia recente, travolgendole sotto il peso della corruzione di pochi, significherebbe mettere una pietra tombale sulle possibilità di riprendersi del Brasile. La via di fuga dalla tempesta in cui si agita oggigiorno il paese è interna a sé stesso. Solo riprendendo il cammino interrotto, solo ristabilendo l’uguaglianza e la giustizia sociale come traguardi Dilma potrà trovarla.