Prosegue la corsa verso le convention estive dei due grandi partiti americani e, ad ogni passo, il quadro si delinea sempre meglio. Trump procede inarrestabile verso la conquista dei 1237 delegati necessari per la nomination, mettendo un paletto a metà del percorso a quota 621, tenendo a distanza Ted Cruz e costringendo Marco Rubio al ritiro, dopo la debacle subita in Florida, stato di cui è senatore. La possibilità del profilarsi di una corsa a tre tra le fila del Grand Old Party genera sempre più preoccupazione per l’establishment repubblicano, vittima di sempre più ferventi lotte intestine scatenate dall’imprevedibile risultato del palazzinaro/showman newyorkese. Hillary Clinton consolida ulteriormente la sua posizione, conquistando gli stati del Sud in cui si è votato durante il Mega Tuesday, lasciando soltanto il North Carolina alla sempre più flebile speranza socialista di Bernie Sanders che perde anche l’Ohio, stato industriale nel quale avrebbe potuto tentare la rivalsa protezionista dei delusi liberisti.

Il copione non cambia, dunque, rispetto ai risultati venuti fuori da questo rovente inizio di settimana nella campagna elettorale americana: il principio del “Winner takes all”, l’apoteosi dell’americansimo, premia i primi della classe, ampliando i divari sugli inseguitori. Prosegue l’“antitrumpismo” bilaterale, che ossessiona da un lato i dirigenti del partito repubblicano, atterriti alla possibilità che un outsider come Trump potrebbe ottenere la candidatura che anche i non addetti ai lavori contrastano con veemenza. Anonymous si sta spendendo in una invettiva nei confronti del miliardario sull’onda delle incivili proteste che puntualmente si verificano durante i comizi di “The Donald” – non ultima quella di pochi giorni fa in Kansas. Il “cammellaggio” elettorale, dall’una e dall’altra parte, prevede delle pratiche poco ortodosse atte a vanificare gli sforzi degli attuali favoriti: i delusi sul lato dem, pur di impedire ad Hillary Clinton di concretizzare il suo risultato, dirottano i propri voti verso una scelta repubblicana, al motto hashtaggato di #feelthebern. D’altro canto, l’establishment tradizionalista del GOP ha nei piani l’attuazione della illogica strategia del “male minore”, cercando di concentrare l’ottenimento dei delegati verso il secondo in lizza, in questo caso Ted Cruz, in modo tale da giungere alla convention di partito in una situazione di “brokered convention”, ossia non avere un candidato con il “quorum” di delegati utile per la candidatura finale.

Cos’è che non va, dunque, in queste strana primavera americana? La politica sta forse tornando ad essere prerogativa popolare, perlomeno in maniera illusoria. Il populismo di Trump prende piede tra i delusi, gli arrabbiati che, nonostante l’assurdità delle dichiarazioni del biondo, apprezzano il politicamente scorretto di chi dice le cose come stanno. D’altra parte, che differenza ci può essere tra un candidato che pagherebbe di tasca sua un muro al confine col Messico e uno che cuoce la pancetta sulla canna della mitragliatrice? Non si può ignorare il punto di vista europeo che, d’altra parte, volens nolens, è interessato dal risultato finale della contesa. La Clinton andrebbe inevitabilmente a stressare su una linea dura contro la Russia, imponendo una dannosa politica di vicinato all’Unione Europea, sempre più assoggettata alle logiche politico-militari della NATO. D’altra parte Trump sarebbe quella macchietta apparentemente sprovveduta, più concentrata sui problemi interni, forse allenterebbe la presa su un’Europa che ha perso la sua autonomia decisionale. Forse, in questo caso, ci sarebbe da augurarsi che la teoria del “male minore” venga in nostro soccorso.