Il 3 settembre la CNN ha pubblicato una notizia che sancisce, se non un autentico punto di svolta, di sicuro un importante tentativo di rinnovamento per il messaggio politico di Donald Trump: nella chiesa del culto dei Great Faith Ministries, una confessione non-denominazionale di Detroit, il candidato repubblicano ha tenuto un discorso volto a conquistare la fiducia della popolazione afroamericana, tradizionalmente inquadrata come bacino elettorale dei democratici assieme agli ispanici – ne è la prova il peso determinante del voto dei due maggiori gruppi etnici degli Stati Uniti per la rielezione di Barack Obama nel 2012 –. Immediate sono state le reazioni indignate da parte di una grossa fetta della popolazione di colore che ha organizzato un’accesa manifestazione di protesta di fronte alla chiesa, con alcuni momenti di tensione. Si è parlato di come il gesto dell’imprenditore non possa cancellare i messaggi carichi di odio che avrebbe esternato durante la propria campagna elettorale, all’interno di cui lo slogan del muro ha rivestito il ruolo di tormentone finendo con l’essere associata tout court all’intero programma politico di Trump. Molti analisti e consulenti hanno visto in questo un ostacolo importante alla possibilità di conquistare il voto delle minoranze etniche, rendendo la Clinton il loro candidato naturale e conferendole, apparentemente, il diritto di poter affermare che la manovra del suo avversario concepisca “le minoranze come voti, anziché esseri umani”. Curioso che a dirlo sia chi ha fatto di quelle stesse minoranze l’oggetto principale del proprio marketing politico, ma pazienza.

Nonostante le aspettative catastrofiste dei liberal, la trasferta di Donald Trump ha riscosso un notevole successo fra i presenti, trovando nel pastore Wayne Jackson il principale sostenitore del candidato. A conclusione del discorso, Jackson ha anche donato a Trump uno scialle ebraico utilizzato durante la preghiera, quasi a simboleggiare un’investitura del candidato da parte di Dio. E proprio di Dio, in fondo, si tratta: i continui riferimenti di Trump alla Chiesa afroamericana delle origini, all’importanza storica che essa ha avuto nel plasmare la rinnovata coscienza della comunità nera e l’individuazione del comun denominatore fra essa ed i bianchi nella fede cristiana sono gli strumenti principali con cui punta a conquistare la fiducia della piccola e media borghesia di colore, spaventata dall’asprezza con cui difende la linea dura contro l’immigrazione clandestina ma sensibile alla presenza di una condivisione di valori culturali che la religione garantisce. La scelta di una chiesa come punto di partenza per ricucire lo strappo fra Partito Repubblicano ed afroamericani – contrario allo spirito con cui il repubblicano Lincoln, ricordato da Trump, ha lavorato per abolire la schiavitù – potrebbe dunque rivelarsi più acuta di quanto non sembri ad un primo sguardo. La religiosità, infatti, è ancora un sentimento particolarmente forte in quella piccola borghesia a cui i democratici non sono più in grado di parlare, preferendo la classe intellettuale laica e de-sacralizzata.

L’esperimento di Trump potrebbe dimostrare che l’abbandono del Sacro, perseguito dal Partito Democratico per consolidare i propri legami con l’élite culturale americana, possa divenire un’arma a doppio taglio nel momento in cui il proprio avversario diviene capace di ricollocare il Sacro stesso nel dibattito pubblico, rendendolo l’anello di congiunzione fra gruppi etnici che sono tendenzialmente concepiti come antagonisti. La piccola borghesia, bianca e nera, potrebbe ritrovare in Trump una comune espressione dal momento che egli adopera il loro stesso linguaggio, attinge dal loro stesso bagaglio culturale, con buona pace di chi dipingeva le due componenti come inconciliabili ed insisteva sulla necessità dello scontro sociale. La religione non è però l’unico elemento su cui Trump ha deciso di puntare: ha più volte ribadito che la lotta alla delocalizzazione sarà uno dei punti focali della sua politica economica, dimostrando che il capitalismo globale, fondato su stratagemmi di spostamento strategico delle risorse e della ricchezza, non faccia distinzioni a livello etnico, quanto piuttosto di classe. “Riporteremo indietro le industrie. Le riporteremo indietro dal Messico e da qualsiasi altro posto”, ha dichiarato Trump di fronte al suo pubblico.

La questione dei mezzi di produzione, dell’élite che li possiede e di chi subisce i processi del mercato diviene il terreno fertile su cui può strutturarsi la collaborazione fra bianchi e neri. Strumento di quella stessa élite globale è l’immigrazione, a cui Trump risponde con la linea dura per quanto riguarda il suo risvolto illegale, dimostrando anche in questo caso che fra neri e bianchi possa esserci un comune obiettivo dettato dalla condivisione della stessa classe sociale. L’immigrazione clandestina, con i danni che porta ai livelli salariali e alle tutele legali, colpisce anche quegli afroamericani che hanno espresso sostegno al candidato repubblicano, sempre per il fatto che la questione originaria non sia, come affermano i liberal, nell’etnia, bensì nella classe. I neri, insomma, non devono necessariamente avere paura di Trump. I democratici…forse.