«La sinistra governista ormai non trova di meglio che iscriversi senza condizioni a quello che oggi pensa sia il più aggiornato e potente tra i circoli della ragione: il mercato, entità metafisica capace di contenere l’idea pura del mondo nuovo, il totalitarismo uniformante della moneta, capace di equalizzare gli operai con i banchieri globali, tutto in un vortice fatto da crescita infinita e magico culto dello scambio oliato dal denaro. Il divino mercato, dunque, usato dalla sinistra per coprire, all’ombra dell’altrui forza, la debolezza del suo pensiero ultimo». Parole dure, sicuramente faziose ma capaci di cogliere l’involuzione del cosiddetto “pensiero di sinistra” nel nostro paese. Parole pronunciate da Giulio Tremonti, tanto lucido nella teoria quanto poco efficace nella pratica.

Una premessa utile per affrontare un’opera ricca di spunti, risalente a pochi anni fa: «A destra di Porto Alegre. Perché la destra è più no-global della sinistra», firmata da Marco Fraquelli, autore di molti studi interessanti come il recente «Altri duci». Punto di partenza dell’autore è la contraddizione insita nei movimenti di sinistra e in quelli no-global, anche i più estremi, i quali accettano praticamente tutte le implicazioni omologatrici della globalizzazione. La quale, non a caso, ha bisogno degli ideali democratico-universalistici come dell’aria per respirare. Pensiamo solo al tema dell’immigrazione e della libera circolazione di uomini e merci. Al contrario la destra (termine usato operando un’evidente quanto utile semplificazione, che racchiude complesse esperienze “radicali”, non conservatori e filo-atlantisti) effettua le sue critiche all’omologazione con tempismo sorprendente, in modo quindi legittimo e profondo. Essa, nella sua lunga storia, ha espresso valori come l’identità, l’amor di patria, la comunità, la specificità e il senso della gerarchia: tutti intrinsecamente antagonisti a qualsivoglia visione uniformante.

Partendo dagli inizi del XX secolo, Fraquelli ripercorre tutte le idee e i movimenti “destri” fautori di istanze antiglobali. Le prime tesi di questo tipo (tra i sostenitori delle quali spicca il nobile russo-polacco Emmanuel Malynski) sono legate all’idea del cosiddetto “complotto ebraico”: oscure trame del popolo di Sion per destabilizzare le nazioni che lo ospitano, al fine del dominio mondiale. Congetture (rilanciate incredibilmente dal filosofo di sinistra Gianni Vattimo) poco convincenti, per usare un eufemismo. Da qui si passa all’esperienza fascista tra le due guerre mondiali, capace di propagarsi, con diversa profondità, in tutta Europa. Nelle sue linee fondamentali essa incarna in maniera dirompente l’armamentario classico del pensiero anti-universalista. Qui troviamo, in misura diversa, nazionalismo, gerarchia, tradizione, Terza Via economica, sfida all’America e vicinanza al mondo musulmano. Assieme ad aspetti deprecabili come quello razzista. Nazioni come l’Italia arrivarono fino al conflitto contro le «democrazie plutocratiche» che «detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e l’oro delle terra», simboli di quell’economia di mercato che appiattisce ogni differenza in nome del “dio denaro”, per usare la retorica mussoliniana. Come andò a finire la guerra è cosa nota, ma dalle ceneri della sconfitta non pochi gruppi raccolsero il lascito dei “fascismi”, sviluppandolo e innovandolo nel corso degli anni.

In Italia, nei primi anni del dopoguerra guadagna rilievo una figura rimasta in ombra durante gli anni del regime: Julius Evola, che pone le basi per un pensiero “antiglobalizzazione” attraverso i suoi scritti e la diffusione di quelli di autori quali Oswald Spengler, Friedrich Nietzsche e René Guénon. Punto centrale del suo pensiero è il concetto di «Tradizione». Essa è «il filone di verità atemporale che percorre tutto il tempo concesso alla razza degli uomini», nella definizione del succitato Guénon. Il mondo che ci circonda sarebbe figlio della vittoria delle forze antitradizionali (dalla Rivoluzione Francese alla Seconda Guerra Mondiale), secondo un’interpretazione della storia come processo regressivo e non progressivo. Il risultato è la totale perdita del concetto del «Sacro» e il trionfo del materialismo: l’individuo non è più «parte del Cosmo, della Polis e della Natura», ma entità dissociata, imbastardita dall’edonismo e dal consumismo imperanti. La figura del filosofo siciliano è tutt’oggi al centro di aspri dibattiti, tra chi ne rigetta quasi totalmente il contorto e «incapacitante» contributo e chi al contrario lo ritiene ancora essenziale. Sicuramente un pensatore degno di studio, la cui produzione non può essere sintetizzata in poche righe.

Carica di tratti originali è anche la rivista “Orion” (fondata da Maurizio Murelli nel 1984, editore capace di anticipare diversi temi chiave della geopolitica) che propone arditamente l’unione degli ideali del fascismo-movimento (secondo l’espressione coniata da Renzo De Felice) con quelli del bolscevismo pre-regime, accanto ad un occhio di riguardo per il mondo islamico (soprattutto l’Iran di Khomeini). Ma gli accostamenti rivoluzionari non finiscono qui: soventi sono i richiami a Léon Degrelle, Che Guevara e numerosi altri simboli meta-politici, nell’ottica di un’aspra lotta al mondialismo (ovvero la globalizzazione nel suo significato più profondo, non solo economico ma anche politico-culturale) e il simbolo principale: gli USA.

Mondialismo che secondo Guillaume Faye è un vero e proprio killer, una «piovra gigante» che, utilizzando armi come la tecnologia, l’economia, la finanza, l’omologazione culturale crea l’atomizzazione delle collettività, priva cioè le popolazioni (che divengono così puro spazio di investimento e di marketing) di ogni ancoraggio alla storia, al simbolo, al mito fondante; in altre parole priva i popoli della loro identità. Nella parola “Archeofuturismo” la soluzione: bisogna riscoprire le proprie radici per difendersi, sapendo interpretare la modernità senza dimenticare il passato, arrivando a «conciliare Evola e Marinetti». Faye è stato uno dei fondatori della Nouvelle Droite assieme ad Alain De Benoist, figura capitale nella lotta all’«american way of life». Oltre all’alta finanza egli accusa anche l’ideologia marxista dell’uguaglianza e quella liberale dei diritti dell’uomo, che hanno spianato la strada ai disegni mondialisti del “Sistema” favorendo l’omologazione. La stessa democrazia odierna, privilegiando la quantità rispetto alla qualità, alimenterebbe i processi sovvertitori.

Tematiche in parte simili a quelle dei Comunitaristi, nati proprio in America e fondati nella loro “corrente” di destra su antiliberalismo, anti-individualismo e forte senso della comunità (rifacendosi ai «sensibili comuni» aristotelici). Tra i tanti interpreti di questa visione i più noti sono sicuramente Marco Tarchi, ex enfant prodige del Fronte della Gioventù, e Marcello Veneziani, un tempo punto di riferimento della destra, oggi protagonista in ambiti culturali più istituzionali. Sempre in Italia numerosi sono i nomi analizzati dall’autore, dal noto medievista Franco Cardini fino all’antimoderno per eccellenza: Massimo Fini. Passando per Giorgio Locchi, autore poco noto quanto maestro nel descrivere il pensiero “anti-egualitario” e “il male americano”.

Fraquelli, che afferma di non riconoscersi nell’universo preso in esame, ci offre quindi una carrellata di analisi ed esperienze (alcune esaurite, alcuna cambiate) che costituiscono in diversi casi utili armi per fronteggiare il pensiero dominante. Per quanto la dicotomia destra – sinistra perda sempre più senso, la distinzione tra “cittadini del mondo” e specificità culturali e nazionali è più attuale che mai. Avendo ben presente che la consapevolezza e la fierezza dell’identità non comporta discriminazione verso l’«altro da sé». Al contrario, solo una comunità con forte senso di appartenenza può accogliere facilmente (ovviamente in misura umana) nel proprio alveo individui estranei, risultando addirittura rafforzata dal proliferare di altri aggregati con universi valoriali ben radicati. Le differenze sono il sale della vita umana, accettarle e non tentare di appiattirle è l’unico modo “sano” di porsi per una civiltà degna di questo nome. In antitesi quindi con la «modernità occidentale in pieno fallimento, sorta dall’evangelismo laicizzato, dal mercantilismo anglosassone e dalla filosofia individualista dei Lumi». La quale, secondo Faye, è attualmente «riuscita a realizzare il suo progetto, basato sull’individualismo economico, l’allegoria del progresso, il culto dello sviluppo quantitativo, l’affermazione di astratti “diritti dell’uomo”».