Prosegue nella piccola repubblica armena il tentativo di destabilizzazione interna avviato con le proteste di alcune settimane fa circa il rincaro dei prezzi dell’elettricità, che va assumendo sempre più i toni della classica protesta anti-russa, un copione che anche osservatori poco attenti possono vedere ripetersi ormai da anni in tutta l’area dell’Europa orientale e nel Caucaso secondo il modello delle cosiddette “rivoluzioni colorate”. Sebbene la protesta abbia finora mantenuto una linea di condotta pacifica, così come le forze di sicurezza armene, la situazione rimane allarmante sia per il governo nazionale, sia per la Russia la quale, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe vedersi sottrarre, nel suo “estero vicino” uno Stato che è entrato da poco a far parte dell’Unione Economia Eurasiatica (UEE), che ospita un’importante base militare della Federazione russa e che gode di un posizionamento geopolitico di tutto rispetto: confina infatti con la Turchia (membro NATO) e con un importante alleato di quest’ultima, l’Azerbaijan, con l’anti-russa Georgia e un tratto di confine meridionale condiviso con l’Iran, uno snodo che sarebbe scontato definire strategico. Sebbene geograficamente molto limitata, demograficamente ed economicamente debole, l’Armenia rimane quindi un partner rilevante nei giochi di potere regionali e Putin non può permettersi di perdere questo fazzoletto di terra.

Proprio in questa ottica è possibile leggere una notizia che ha fatto clamore in questi giorni: il prestito che la Federazione Russa ha elargito all’Armenia, 200 milioni di dollari da restituire in 13 anni con un irrisorio tasso di interesse fissato al 3%, soldi che l’Armenia impiegherà per comprare armi russe di ultima generazione. Questa operazione, oltre ad avere un risvolto positivo per la sicurezza interna del Paese, serve anche a mantenere la propria posizione in uno scottante scenario di conflitto come il Nagorno Karabakh, Stato a maggioranza armena, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaijan ma privo di riconoscimento internazionale e fonte di perenne tensione tra la repubblica armena con il confinante Stato azero, il quale rivendica ormai da decenni in sede internazionale la sua sovranità su quel territorio. Proprio il prestito russo per gli armamenti e la questione del Nagorno Karabakh sono stati motivo di nuove tensioni nel parlamento armeno tra forze governative e opposizione, la quale denuncia il fatto che la stessa Russia aveva fornito, un paio di anni fa, un prestito di un miliardo di dollari all’Azerbaijan con la stessa finalità militare, costringendo così la ben più povera Armenia ad un gara al riarmo per “ristabilire l’equilibrio militare nella regione” secondo le parole della parlamentare Zaruhi Postanjyan, membro del partito Zharangut’yun (Heritage), partito che peraltro sostiene le attuali proteste a Yerevan.

Si prospettano quindi tempi di crisi e di opportunità per l’Armenia, da un lato le proteste interne potrebbero rivelarsi fatali per il governo e per il – pur marginale ma crescente – ruolo che l’Armenia va ritagliandosi nella regione, dall’altro la risoluzione delle proteste interne potrebbe essere un primo segnale al mondo occidentale di come una forza non allineata all’asse UE-NATO possa uscire indenne da una “rivoluzione colorata”. La crisi del Nagorno Karabakh, la quale sembra assolutamente lontana da una definitiva riappacificazione delle parti, imporrà nei fatti il prosieguo della corsa agli armamenti da parte armena, distraendo risorse ad altri settori produttivi, mortificandone l’economia e il già basso PIL. D’altra parte l’adesione all’UEE potrebbe aprire all’Armenia nuovi mercati grazie alla zona di libero scambio sancita proprio dai trattati dell’Unione stessa, ma queste dinamiche potranno essere verificate soltanto a partire dal medio-lungo periodo.